Parlando di Francesco Guccini, Morgan non si limita a celebrare uno dei più grandi cantautori italiani, ma ne analizza la statura culturale e linguistica, restituendoci l’immagine di un autore capace di fare della canzone uno strumento di conoscenza. Guccini diventa così molto più di un musicista: un linguista, un filosofo del linguaggio, un antropologo, un maestro capace di parlare al popolo attraverso uno dei mezzi più potenti e pervasivi della cultura contemporanea. Morgan ci racconta delle sue conversazioni con Il Maestrone e una convinzione ben precisa: la canzone è un’arte complessa. Tra le conversazioni sulla lingua italiana, su Orazio e Giuseppe Giusti, riaffiora un Guccini ironico e intellettualmente affilato. È anche il racconto di una generazione di artisti che, nonostante l’età, continua ad avere moltissimo da dire. E di un sistema musicale che troppo spesso sembra non saperli più ascoltare.
Il racconto di Morgan
Guccini è stato innanzitutto un linguista, un filosofo del linguaggio che ha usato magistralmente il più potente e diffuso congegno linguistico del suo tempo: la canzone. Un grande cantautore non è solo un grande artista, ma è anche un filosofo e un didatta, una figura che nella società occidentale corrisponde alla guida spirituale, al maestro di vita. Questo non si dice perché il sistema è vanitoso e invidioso; così gli accademici, i poteri culturali forti, consolidati e istituzionali non riconoscono ufficialmente la grande autorevolezza e il grande consenso che il cantautore ha presso il popolo tutto, la cosiddetta massa. Quella stessa massa che loro fanno di tutto — fanno carte false — per comprarsi e accaparrarsi nel consenso, ma che invece il cantautore tiene con una facilità estrema, una naturalezza estrema e un indice di gradimento assoluto.
Questo fa imbestialire, bruciare di gelosia e uscire fuori dai gangheri la cosiddetta cultura e le persone che operano al suo interno, le quali diventano nei confronti dei cantautori ciò che la strega è nei confronti di Biancaneve. Fanno di tutto, qualunque stratagemma, qualunque sortilegio, non per ucciderli, ma per addormentarli. Intendo che il cantautore è, all'interno del sistema culturale italiano, la figura che dà più fastidio, perché il mezzo che ha a disposizione — cioè la canzone — è il più potente costrutto artistico in assoluto, sia dal punto di vista della pura arte sia da quello dell'arte di mercato.
La canzone è il prodotto commerciale in testa a qualunque classifica industriale. Sapete quante paia di scarpe Nike hanno le persone? Molti non ce le hanno neanche; le canzoni le hanno tutti. Il fatto è che, se mettiamo a confronto l'industriale delle calzature e il cantautore, siamo stati indottrinati a pensare che uno sia un uomo d'affari e l'altro un fuori di testa: da questo capiamo esattamente che cosa sto dicendo. Guccini non solo va considerato un grande antropologo e un grande linguista, ma anche un grande uomo d'affari: una figura che ha fatto fortuna con la sua intelligenza vera, che ha prodotto bellezza e non prodotti effimeri, nocivi o plastificati.
Per me Francesco Guccini rappresenta la vetta, l'esempio per eccellenza di che cosa significhi avere ben presente il ruolo della canzone, conoscere che cosa sia ed essere completamente al di sopra delle stupidaggini che riguardano mode, tendenze, standard e omologazioni varie, perché tutto è all'insegna della libertà espressiva.
Sbagliato è vedere Guccini come cantautore politico: la politica ovviamente in Guccini esiste, perché è inevitabile che ci sia anche il ragionamento politico all'interno di una completezza umana in cui è presente un repertorio di sentimenti e di elementi costitutivi dell'essere umano molto ampio. Pensiamo a quanto invece, per la maggior parte degli autori della musica leggera, ci sia quasi esclusivamente l'argomento amoroso, ignorando totalmente tutta la complessità dell'individuo e della sua vita, rappresentata in quella forma volutamente emarginata dalle forme colte, serie, nobilitate e accademiche — ma molto meno interessanti per il popolo — che è la canzone.
La canzone è un oggetto particolarmente potente e complesso proprio perché richiede competenza letteraria e musicale allo stesso tempo e al pari livello. Questo per dire che, per quanto Riccardo Muti sia un grande musicista, non è affatto un grande letterato. Guccini invece è entrambe le cose, proprio perché si occupa di una forma musicale fatta di note e di parole.
Ho conosciuto molto bene Francesco Guccini e con lui ho avuto l'onore e il piacere di affrontare l'argomento in modo specifico, perché di quello lui era una delle massime eccellenze, e di quello io sono studioso: ossia di linguaggio. Gli ho fatto parecchie interviste che riguardano la costruzione della canzone e ho avuto la fortuna di imparare quello che purtroppo non si insegna a scuola: l'arte della canzone moderna.
Questa foto risale al 2018 quando feci uno dei miei progetti più liberi e ambiziosi, era una sorta di canzone manifesto del cantautore, che il pubblico avrebbe potuto ascoltare, scegliendo personalmente la voce che preferiva tra quelle disponibili, e Guccini aderì con entusiasmo, quel giorno andai a casa sua con lo studio di registrazione mobile, piazzai i microfoni nel suo soggiorno e registrai la nostra conversazione durata tutto il pomeriggio. E tra un discorso e l'altro sull'origine della lingua italiana e le parole che vengono dall'antico germanico, piuttosto che le parole che non vengono dal latino ma sono longobarde, sul rapporto tra il dialetto e la lingua nazionale, tra una radice indoeuropea di un suono gutturale, una dissertazione su Giuseppe Giusti, una citazione di Orazio, trovammo anche il tempo di registrare la mia canzone sui cantautori. Ci divertimmo tantissimo, soprattutto lui fu molto contento, aveva già molti problemi alla vista, quasi non vedeva più, ma il suo spirito era sempre lo stesso: profondamente ironico, leggero, ridanciano e geniale, affilato. Nonostante lui sosteneva che i cantautori non ci fossero più, al progetto Cantautore aderirono circa una quarantina di grandi cantautori, tra cui Gino Paoli, Eugenio Finardi, Roberto Vecchioni, Edoardo Bennato, Enrico Ruggeri, Alice, e poi anche di generazioni successive come Carmen Consoli , Daniele Silvestri, Niccolò Fabi, Caparezza, Cammariere, Pezzali, e tanti altri. Fu davvero una grande occasione, più che altro mancata, per la solita storia che quelli che non capiscono sono i discografici e che ovviamente se ne fregarono completamente di questa cosa che aveva dello straordinario, certo fuori standard ma bella per quello. Ma se ne infischiano del lavoro sulla musica, delle idee, motivo per il quale progetti come questo rimangono dei sogni tecnologici abortiti, che il pubblico non conoscerà mai. Per cui, quando la gente crede che questi signori e tanti altri, che non hanno più vent'anni, ma hanno per una vita intera fatto canzoni e ricerca sonora e letteraria, non abbiano più ispirazione o non abbiano niente da dire, sappiano che invece hanno molto più da dire di quando avevano vent'anni. Il problema è che adesso vent'anni ce li hanno i discografici.