Chiedere ad alcuni artisti di ricordare Francesco Guccini significa prepararsi a sentire la voce rotta e quella commozione quasi trattenuta di chi ancora non si capacita o non vuole accettare che la cultura italiana abbia perso uno dei suoi nomi più rilevanti di sempre. Il Maestrone lo era per tutti ed è difficile, ascoltando le sue opere, distinguere l’artista dall’uomo. Dovrebbe essere così per tutti gli artisti. Quelli veri. Quelli che hanno lasciato un’impronta profonda e ben marcata che va oltre la musica. Non si tratta di lasciare canzoni, ma di lasciare un modo di guardare il mondo. Francesco Guccini lo ha fatto: più che un cantautore, è stato una voce collettiva, un uomo capace di mettere dentro una strofa la memoria di un Paese con le sue contraddizioni e le sue sconfitte. E perfino il gusto di riderci sopra. È morto il Maestrone, non soltanto quello delle canzoni, ma anche dei libri, delle parole, della cultura. Con il suo modo unico di stare fuori dalle mode pur restando dentro la vita delle persone. Per chi lo ha ascoltato per cinquant’anni, Guccini non era solo La locomotiva, Auschwitz, L’Avvelenata o Via Paolo Fabbri 43: era un compagno di viaggio e poco importa se lo si sia conosciuto in carne ed ossa o meno. Ne ha espresso un pensiero il direttore d’orchestra Enrico Melozzi.
Le parole di Enrico Melozzi
Da ragazzo cercavo la musica dentro la musica: l’armonia che si complica, il passaggio che non riesce a tutti, il virtuosismo come prova di esistenza. Con quel metro Guccini non tornava. Una voce ruvida, quattro accordi rivoltati sempre nello stesso ordine, melodie ridotte all’osso, e sopra un testo che pesava dieci volte l’impianto che lo reggeva. Chiamavo sproporzione quella che era una scelta. Poi arriva il momento che a un artista dovrebbe arrivare presto: smetti di misurare un’opera con quello che sai fare tu e cominci a misurarla con quello che quell’opera fa agli altri. Da lì Guccini mi si è aperto tutto insieme. Il successo popolare non è un incidente dell’arte, è una delle sue prove più dure. Riempire uno stadio è questione di mestiere e di organizzazione. Attraversare cinquant’anni di vita di un Paese è un’altra faccenda: vuol dire che le tue canzoni hanno accompagnato lauree, cortei, funerali, tavolate, macchine ferme sotto casa a fine serata, e che milioni di persone le hanno cantate credendo di cantare qualcosa di proprio. Quando una canzone smette di appartenere a chi l’ha scritta, non è più soltanto musica. È la materia di cui è fatta la memoria di una nazione.
La locomotiva supera gli otto minuti, non ha un ritornello e racconta di Pietro Rigosi, fuochista anarchico, che il 20 luglio 1893 lancia una macchina a vapore a cinquanta all’ora da Poggio Renatico verso Bologna. Nessun ufficio marketing avrebbe approvato quel pezzo. Ha chiuso i suoi concerti per cinquant’anni, e la gente si alzava in piedi.
Dio è morto la scrive a venticinque anni. La Rai la vieta perché la giudica blasfema, e mentre l’emittente di Stato la tiene fuori dai palinsesti la trasmette Radio Vaticana, con l’apprezzamento di Paolo VI. Un uomo, una chitarra, un titolo preso da Nietzsche e un’idea arrivata al momento esatto. Tutto il resto è arredamento.
Oggi vedo ragazzi bravissimi scrivere per l’algoritmo prima ancora di sapere che voce hanno. Canzoni tagliate sotto i due minuti, il ritornello entro i primi otto secondi, l’arrangiamento costruito per non farsi saltare. Guccini è l’esatto contrario, e non per posa: non ha mai rincorso il mercato, è stato il mercato a doversi mettere in fila dietro di lui. Lascia un repertorio e una lezione severa a chi scrive canzoni. La tecnologia moltiplica il talento, non lo sostituisce. Se non hai qualcosa di necessario da dire, nessun artificio te lo farà sembrare importante. Ci sono artisti che ti prendono al primo ascolto. E ce ne sono pochissimi che, il giorno in cui finalmente li capisci, ti obbligano a rifare i conti con il tuo modo di intendere la musica. Guccini era di quelli. Ieri mattina si è spento a Pàvana, a ottantasei anni, nella casa dell’Appennino pistoiese dove era arrivato bambino durante la guerra, con lo stesso rumore del torrente Limentra che aveva messo dentro Amerigo.