Alla Mostra del Cinema di Venezia il racconto dell’industria audiovisiva italiana si divide in due. Da una parte ci sono i numeri presentati dal Ministero della Cultura e dalla Direzione Generale Cinema e Audiovisivo all’Italian Pavilion, utilizzati per descrivere un settore in crescita e in buona salute. Dall’altra, quella dei lavoratori e delle maestranze, arriva una lettura decisamente diversa. A formularla è il movimento #siamoaititolidicoda, che in un comunicato diffuso il 5 settembre contesta apertamente la rappresentazione ufficiale del comparto. «Come movimento di lavoratrici, lavoratori e maestranze #siamoaititolidicoda sentiamo il dovere di smentire una narrazione trionfalistica che non ha alcuna aderenza con la realtà dei fatti». Il punto della contestazione non riguarda dunque soltanto i numeri del settore, ma soprattutto ciò che quei numeri, secondo il movimento, non raccontano. «Non c’è davvero nulla da festeggiare», si legge nel documento, che accusa l’operazione del Ministero di essere caratterizzata da «un’assoluta autoreferenzialità» e utile «solo a raccogliere applausi da passerella ma incapace di nascondere la polvere sotto il red carpet, fatta di tagli strutturali, precarietà dilagante e un totale vuoto di tutele sul lavoro». Il riferimento è alla condizione di chi lavora materialmente nella produzione cinematografica e audiovisiva: troupe, tecnici e maestranze che, secondo #siamoaititolidicoda, avrebbero subito in modo particolare l’incertezza che ha accompagnato negli ultimi mesi il settore.
Nel comunicato vengono chiamati in causa i «cosiddetti "tecnicismi correttivi" del Governo», accusati di avere «paralizzato il settore per mesi» e di avere prodotto un’incertezza che, nella ricostruzione del movimento, sarebbe stata scaricata dalle produzioni direttamente sui lavoratori. Il risultato, sostiene #siamoaititolidicoda, sarebbe stato una concentrazione dell’attività produttiva in un periodo ristretto dell’anno. «Questa cattiva gestione ha concentrato il lavoro in pochissimi mesi dell'anno», afferma il movimento, «compromettendo la continuità occupazionale e la possibilità stessa di condurre una vita dignitosa». La questione occupazionale si intreccia anche con il rinnovo del contratto collettivo nazionale delle troupe. Secondo il movimento, il clima di incertezza avrebbe finito per condizionare pesantemente la contrattazione, fino a produrre «ipotesi di sviluppo e proposte peggiorative del tutto inaccettabili per chi lavora davvero sul campo». Da qui la domanda che #siamoaititolidicoda rivolge direttamente alle istituzioni: «Che tipo di lavoro stanno finanziando i cittadini italiani con centinaia di milioni di euro di denaro pubblico?».
È questo uno dei passaggi centrali del comunicato. La contestazione, infatti, riguarda il criterio con cui viene valutata l’efficacia delle politiche pubbliche destinate al cinema. Secondo il movimento, concentrarsi su contributi, fatturati e quantità di produzioni non sarebbe sufficiente se quei finanziamenti non si traducono anche in condizioni di lavoro adeguate. «Mentre il Governo e i media celebrano numeri e contributi statali che spesso non tornano nemmeno, chi lavora nel settore resta del tutto invisibile», sostiene il movimento. E aggiunge: «I set sono diventati luoghi di gravissimo disagio e ricattabilità, tra orari massacranti, assenza di sicurezza e condizioni degradanti». Sono accuse pesanti, che il comunicato contrappone direttamente alla rappresentazione contenuta nei report istituzionali. «Nei report del Ministero tutto questo scompare», afferma #siamoaititolidicoda, denunciando l’assenza, a suo giudizio, di indicatori capaci di misurare «la qualità del lavoro o l’impatto sociale dei fondi pubblici».
Il nodo, quindi, diventa quello della qualità dell’occupazione prodotta dagli investimenti pubblici. «È una contraddizione inaccettabile: il successo di una politica culturale si misura dalla qualità del lavoro che genera, non dai fatturati», sostiene il movimento. La conclusione è una richiesta precisa: «Se i fondi pubblici finanziano precarietà e mancanza di tutele, ad essere fallimentare è l’uso dei soldi dei cittadini». Da qui la proposta di legare più strettamente il finanziamento pubblico al rispetto delle condizioni contrattuali: «Chiediamo che ogni euro destinato al cinema sia vincolato al rispetto dei contratti e a controlli severi sulle condizioni dei lavoratori». Lo slogan finale è netto: «Al cinema servono diritti e stabilità, non falsi trionfalismi». Il comunicato sposta poi l’attenzione sul futuro della normativa di settore e, in particolare, sulla Legge Cinema. Anche in questo caso il movimento prende una posizione che non coincide con una semplice opposizione al provvedimento. Al contrario, ne chiede l’approvazione, pur riconoscendo che il testo abbia subito modifiche rispetto alla sua versione iniziale. È proprio sul destino della legge che #siamoaititolidicoda solleva però un ulteriore interrogativo politico. «Sorge spontaneo il dubbio che vi sia l’interesse di qualcuno a far sì che il testo non venga approvato, in modo da mantenere la stagnazione attuale e preservare rendite di posizione o privilegi consolidati», sostiene il movimento.
Per #siamoaititolidicoda il testo dovrebbe essere approvato anche nella consapevolezza che non si tratta necessariamente di un punto di arrivo definitivo. «Sebbene il testo abbia subito modifiche rispetto alla sua versione originaria, la sua struttura essenziale non è stata compromessa», sostiene il movimento, secondo cui la legge conserverebbe «un margine di flessibilità indispensabile per essere perfezionato e migliorato nel tempo». Il passaggio ritenuto più importante riguarda il riconoscimento professionale e il welfare. Secondo il movimento, il testo manterrebbe infatti «le condizioni necessarie per un reale riconoscimento della categoria e per un welfare davvero funzionante». La presa di posizione si conclude con un avvertimento rivolto a chi dovesse ostacolare l’approvazione della normativa: «Chiunque si opponga a questa opportunità dovrà assumersi la responsabilità politica e morale di fronte all’intero comparto e a chi ci lavora davvero».
La polemica di #siamoaititolidicoda arriva dunque nel momento di massima esposizione pubblica del cinema italiano, quello della Mostra di Venezia. Ed è proprio questa coincidenza a rendere particolarmente evidente la distanza tra le due narrazioni: quella istituzionale, costruita intorno alla crescita dell’industria, agli investimenti e ai risultati economici, e quella delle maestranze, che chiede invece di misurare il successo del cinema anche attraverso la stabilità, la sicurezza e i diritti di chi lavora sui set. Il comunicato non nega la necessità di sostenere economicamente il settore. Chiede piuttosto che il denaro pubblico venga accompagnato da condizioni precise. La questione posta dal movimento è quindi più ampia dei soli finanziamenti: se lo Stato sostiene economicamente la produzione cinematografica, sostiene anche — direttamente o indirettamente — il modello di lavoro attraverso cui quella produzione viene realizzata. Ed è su questo punto che #siamoaititolidicoda chiude la propria denuncia: non basta contare quanti film vengono prodotti o quanto fatturano. Per i lavoratori del settore, la domanda è anche quale tipo di lavoro quei film producano.