Intrattenimento e assalto. Sostituiamo la “sturm”. La lotta per il Primetime è senza quartiere e al limite della deontologia. Nel film di Lance Oppenheim ci sono la solita grana A24 e una storia altrettanto grezza: Chris Hansen, interpretato da Robert Pattinson, è un cacciatore di pedofili. È una vicenda reale: il giornalista realizzò davvero un programma per la Nbc intitolato “To Catch a Predator” per catturare (le immagini) dei presunti predatori sessuali che incontrava sul web. Siamo nel 2009, Hansen è un regista pluripremiato, ha vinto un Emmy. E il suo programma sta avendo successo. Il direttore della rete ammette che il programma è brutto, ma gli americani lo amano. Dunque ecco la sfida: il primetime, appunto, contro la serie Lost. Predatori contro naufraghi. La produzione guidata da Lynn Keller (Merritt Wever) allestisce i set dove attirare gli uomini contattati online da Xavier von Erck (Matthew Maher), adescando di fatto gli adescatori. L’esca è Dan Plumb (Skyler Gisondo), giovane aspirante attore di 23 anni. È a inizio carriera e quel ruolo di vittima perfetta è un buon test. Perché la tv è ancora il luogo che certifica l’esistenza di un intrattenitore.
Anche Hansen fa le prove prima dello “showtime”: ripete le frasi peggiori e più pruriginose lette nelle chat. “Cosa volevi fare?”, chiede. L’intenzione è punita con la diffusione mediatica prima ancora che il fatto sia avvenuto, perché la traccia delle chat è già di per sé qualcosa di spendibile contro gli adescatori. L’online ha assottigliato il confine tra prevenzione e attualità della colpa. Il mondo virtuale è reale, un’intenzione messa per iscritto è già punibile. Se da una parte è impossibile simpatizzare con chi aveva davvero desiderio sessuale per un tredicenne, Oppenheim evita di trasformare la sua regia in un tribunale aggiuntivo rispetto a quello già istituito dalla scrittura. E anzi sembra quasi spingerci a provare pietà per gente lasciata in mutande con la panna in mano, o anche solo inginocchiata a chiedere perdono al giudice-giornalista Hansen. Che nel frattempo deve pure evitare di finire lui preda dei tabloid per una storia extraconiugale. E se il giudice si rivela immorale per lui non c’è più speranza.
“Se avessi bambini, sapresti”, dice il protagonista alla collega. È la dura legge della comunicazione: pensa che questo potrebbe capitare a te o ai tuoi figli; pensa che potresti esserci tu in tv; pensa finire in Primetime. Pensa, insomma, di declinare la propria vita solo in prima persona. Solo che il contraltare di tutto questo nasconde la prospettiva opposta: pensa diventare il mostro. Che con gli occhi di oggi non è nemmeno troppo originale come dilemma. Contava lo svolgimento del tema. L’appendice horror della seconda parte rende più scontato quello che il film già aveva sottinteso, e cioè che lo specchio deformante della tv (o dei social) può trasformare in mostro chiunque. Qua sul Lido ne parlavamo come il “più bello di questa edizione”. Noi continuiamo a preferire Wilde Horse Nine.