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5 settembre 2026

“Primetime” con Robert Pattinson alla Mostra del cinema di Venezia: l’egocentrismo del nostro tempo, la vera storia del “cacciatore di predatori sessuali” e le molestie online che diventano “showtime”

  • di Domenico Agrizzi Domenico Agrizzi

5 settembre 2026

Il tema è attuale: i predatori sessuali sul web. Il protagonista è Robert Pattinson nei panni di Chris Hansen volto del programma “To Catch a Predator” realmente andato in onda sulla Nbc. Primetime di Lance Oppenheim alla Mostra del cinema di Venezia parla sì di molestie online ma soprattutto di egocentrismo (in tv prima, sui social oggi). Ma non chiamatelo capolavoro

Foto: Press materials Biennale cinema

 “Primetime” con Robert Pattinson alla Mostra del cinema di Venezia: l’egocentrismo del nostro tempo, la vera storia del “cacciatore di predatori sessuali” e le molestie online che diventano “showtime”

Intrattenimento e assalto. Sostituiamo la “sturm”. La lotta per il Primetime è senza quartiere e al limite della deontologia. Nel film di Lance Oppenheim ci sono la solita grana A24 e una storia altrettanto grezza: Chris Hansen, interpretato da Robert Pattinson, è un cacciatore di pedofili. È una vicenda reale: il giornalista realizzò davvero un programma per la Nbc intitolato “To Catch a Predator” per catturare (le immagini) dei presunti predatori sessuali che incontrava sul web. Siamo nel 2009, Hansen è un regista pluripremiato, ha vinto un Emmy. E il suo programma sta avendo successo. Il direttore della rete ammette che il programma è brutto, ma gli americani lo amano. Dunque ecco la sfida: il primetime, appunto, contro la serie Lost. Predatori contro naufraghi. La produzione guidata da Lynn Keller (Merritt Wever) allestisce i set dove attirare gli uomini contattati online da Xavier von Erck (Matthew Maher), adescando di fatto gli adescatori. L’esca è Dan Plumb (Skyler Gisondo), giovane aspirante attore di 23 anni. È a inizio carriera e quel ruolo di vittima perfetta è un buon test. Perché la tv è ancora il luogo che certifica l’esistenza di un intrattenitore.

Anche Hansen fa le prove prima dello “showtime”: ripete le frasi peggiori e più pruriginose lette nelle chat. “Cosa volevi fare?”, chiede. L’intenzione è punita con la diffusione mediatica prima ancora che il fatto sia avvenuto, perché la traccia delle chat è già di per sé qualcosa di spendibile contro gli adescatori. L’online ha assottigliato il confine tra prevenzione e attualità della colpa. Il mondo virtuale è reale, un’intenzione messa per iscritto è già punibile. Se da una parte è impossibile simpatizzare con chi aveva davvero desiderio sessuale per un tredicenne, Oppenheim evita di trasformare la sua regia in un tribunale aggiuntivo rispetto a quello già istituito dalla scrittura. E anzi sembra quasi spingerci a provare pietà per gente lasciata in mutande con la panna in mano, o anche solo inginocchiata a chiedere perdono al giudice-giornalista Hansen. Che nel frattempo deve pure evitare di finire lui preda dei tabloid per una storia extraconiugale. E se il giudice si rivela immorale per lui non c’è più speranza.

Una scena di "Primetime" di Lance Oppenheim
Una scena di "Primetime" di Lance Oppenheim Courtesy of A24

“Se avessi bambini, sapresti”, dice il protagonista alla collega. È la dura legge della comunicazione: pensa che questo potrebbe capitare a te o ai tuoi figli; pensa che potresti esserci tu in tv; pensa finire in Primetime. Pensa, insomma, di declinare la propria vita solo in prima persona. Solo che il contraltare di tutto questo nasconde la prospettiva opposta: pensa diventare il mostro. Che con gli occhi di oggi non è nemmeno troppo originale come dilemma. Contava lo svolgimento del tema. L’appendice horror della seconda parte rende più scontato quello che il film già aveva sottinteso, e cioè che lo specchio deformante della tv (o dei social) può trasformare in mostro chiunque. Qua sul Lido ne parlavamo come il “più bello di questa edizione”. Noi continuiamo a preferire Wilde Horse Nine.

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