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4 settembre 2026

Ridere del cancro americano alla Mostra del cinema di Venezia. Martin McDonagh con “Wild Horse Nine” e John Malkovich demolisce l’impero (di eroinomani) made in Usa

  • di Domenico Agrizzi Domenico Agrizzi

4 settembre 2026

Il potere americano è talmente spudorato da poter essere rappresentato solo con una commedia. Martin McDonagh a Venezia83 sembra in aria di premi. Il suo film con John Malkovich e Sam Rockwell demolisce l’imperialismo americano e le ingerenze della Cia

Foto: Wild Horse Nine

Ridere del cancro americano alla Mostra del cinema di Venezia. Martin McDonagh con “Wild Horse Nine” e John Malkovich demolisce l’impero (di eroinomani) made in Usa

Scorrono i filmati d’epoca a inizio film e quando la camera passa su Salvador Allende in sala si sente un applauso. Breve, ma c’è. Prima scena e Martin McDonagh ha già dalla sua parte il pubblico della Mostra del cinema di Venezia. Ciò che risalta in Wild Horse Nine è, in primis, la prova di Sam Rockwell e John Malkovich, per il secondo voci già parlano di Oscar, ma non sempre l’eco arriva fino a Los Angeles. Ma c’è altro. McDonagh sceglie la sua solita comicità per demolire le ambizioni imperialiste americane. Chris, interpretato da Malkovich, è un vecchio agente della Cia coinvolto in tutti i coup organizzati in giro per il mondo dagli Usa, memoria vivente (ancora per poco) della violenza subdola esportata – ai danni della democrazia – anche in Cile. Chris ha un cancro incurabile, la morfina lo accompagna negli ultimi giorni sull’isola di Pasqua, dove dovrebbe morire. L’unico supporto è Lee (Sam Rockwell, anni dopo Tre manifesti a Ebbing), unico amico, anche lui killer – senza rimorsi ma con uno score inferiore, 68 a 8 morti a favore del più esperto. L’amicizia è messa in discussione dai vuoti di memoria di Chris, lucido nel sarcasmo, incerto sulla verta natura del rapporto con Lee. I dubbi sono fomentati da Mj, eroinomane e capo delle operazioni Cia in Sudamerica interpretato da Steve Buscemi, interessato unicamente a impedire che il vecchio agente lasci traccia delle sue operazioni, dal Guatemala e nel Congo di Lumumba a Dallas ’63, omicidio Kennedy. In altre parole, evitare lo sputtanamento dei servizi statunitensi. In aeroporto, prima della partenza, conoscono due giovani leftie cilene, convinte che Allende sarà un presidente dal lungo mandato. È l’estate del 1973: “Aspettate settembre”. Si muoveranno i generali e le divise.

Arrivati a rapa nui, nome indigeno (“che ridere la parola indigeno”) dell’isola – altra isola dove McDonagh sceglie di calare i suoi personaggi dopo Inisherin – Lee si fa carico di una gestione complicata: umana, per tutelare l’amico da un omicidio organizzato dal suo superiore; professionale, nascondere al mondo le prove del passato da killer di Chris; personale, lasciando fuori la famiglia, la moglie e i figli da questa storia. Per parlare di una storia serve partire da qualcos’altro. Troppo scontato parlare di ricordi mentre scriviamo le memorie. Meglio partire dai dinosauri. E meglio partire, per McDonagh, dalla follia a fine vita di un uomo, piuttosto che dalla volontà imperiale di uno Stato. È un tossico per necessità, Chris, così come è un tossico Mj. La malattia incurabile affrontata con una medicina altrettanto letale. Un cancro dentro il cancro. Metastatizzato altrove ma generato dentro. Poche storie: le marce naïve non possono nulla con i proiettili i carrarmati e i generali corrotti. Per impedire i putsch servono altri proiettili, rivolti però ai traditori militari. La disillusione nichilista concretizzata nel dialogo con il cavallo selvaggio sotto i volti delle Teste di Pasqua. Il declino psichico nietzschiano che si ribalta nel suo opposto: estrema lucidità. Sapere quando è l’ora di morire, decidere cos’è l’ultima cosa da fare per non lasciare un mondo senza speranza.

Martin McDonagh e il suo cast a Venezia83
Martin McDonagh e il suo cast a Venezia83 Ansa

Forse anche Chris si è chiesto, come il protagonista di Shutter Island, se era meglio morire da uomo per bene o vivere da mostro. Ma il cancro galoppa e dunque il cerchio si restringe intorno a un’unica risposta. Andrà a premio, dicono, Wild Horse Nine, forse il più prestigioso. Nome cifrato di una storia in cui si ride perché non c’è nemmeno più bisogno di fingere le lacrime. Il potere spudorato non deve nascondere le sue intenzioni. Tanto qualcuno pulirà l’impugnatura della pistola, senza lasciare tracce. È il potere americano ridicolo come il concetto di una democrazia fatta “per i gay” e “i buoni formaggi”; letale come un esercito guidato da dei tossici.

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Wild Horse Nine

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