Marco Spagnoli e Francesco Lettieri hanno in comune un mestiere e due docufilm diversi su Pino Daniele, raccontato in due modi e punti di vista differenti. Alcune opere di Spagnoli, tra cui anche Pino Daniele - Nero a metà, hanno usufruito del Tax Credit del Ministero della Cultura, pertanto abbiamo chiesto un suo parere sul dibattito degli ultimi gioni. Non sono state poche le polemiche sul presunto finanziamento pubblico alla docuserie Svergognata, sull’influencer napoletana Rita De Crescenzo. L’opera era stata inizialmente attribuita alla piattaforma Netflix, che ha smentito dopo poche ore. Attualmente non è noto quale piattaforma accoglierà la docuserie, ma Svergognata esiste e oggi abbiamo dei dati che lo provano, oltre che la testimonianza social della stessa De Crescenzo. Dal sito del MiC si evince che la docuserie è diretta dal regista Francesco Lettieri, molto stimato nel settore anche per i film Pino, Il segreto di Liberato, Lovely Boy e Ultras, presenti proprio su Netflix. Gli episodi di Svergognata sarebbero tre, per una durata complessiva di un’ora e trenta. La produzione è stata affidata ad Anemone Film, Groenlandia. Ma dal sito del MiC si evince anche un dato importante: ovvero che non è stata presentata nessuna domanda di contributo pubblico, pertanto nessun contributo risulta essere stato destinato alla serie, cui costo di produzione complessivo ammonta a più di un milione di euro.
La vicenda ha, però, riaperto l’acceso dibattito sul Tax Credit e sui criteri di assegnazione. La sola possibilità che il Ministero della Cultura abbia potuto assegnare all’opera dei contributi pubblici ha suscitato l’indignazione di molti sul web. Abbiamo chiesto un parere sulla vicenda a Marco Spagnoli, regista, sceneggiatore e critico cinematografico, che ha diretto diversi film tra cui: Illuminate 7 - Eleonora Giorgi: La mia amica speciale, Lino d'Italia: storia di un itALIENO, Riusciranno i nostri eroi: il cinema di Age & Scarpelli, solo nell’ultimo anno. Come detto, anche diverse delle sue opere hanno beneficiato di forme di sostegno pubblico.
Che effetto ti fa vedere una discussione così accesa intorno al possibile utilizzo di risorse pubbliche per una storia come quella di Rita De Crescenzo?
Non sono questi i criteri di valutazione. Non è un fatto teorico, è come è raccontata la storia. Per dare una risposta dovrei aver letto tutta la sceneggiatura prima. Non si può dare un parere a priori. Sono certamente a favore del finanziamento pubblico, ma non perché ne abbia prurito, ma perché una delle cinematografie più forti, cioè quella francese, si avvale di una grande agenzia che è il CNC. Quindi il problema non è il finanziamento pubblico. Il cinema italiano da quando è stato fondato ha sempre vissuto di finanziamenti pubblici, chi più, chi meno. Il problema è far tornare questi soldi allo Stato, in forma di tasse, di occupazione e cultura. Per farlo bisogna copiare il modello francese, ovvero serve che ci sia un’agenzia che stabilisca i criteri con cui vengono dati questi soldi. Ma prima i progetti vanno letti, non ci si può basare sul fatto teorico.
Ma quanto incide il valore culturale sull’assegnazione del Tax Credit?
Sicuramente è uno dei fattori che incide. Ci vogliono la sostenibilità economica, il valore del progetto sul piano finanziario, un progetto di distribuzione. Si tratta di valutare questo progetto che fine farà, chi lo vedrà, dove andrà. Si tratta di un progetto che facciamo per farlo vedere la sera nel mio salotto oppure c’è un’ambizione di andare in televisione? I criteri sono tanti e sono molto precisi e codificati. Quando si legge il progetto gli viene dato un punteggio in base a certe cose. Questo non vuol dire che debba essere tutto commerciale, però vuol dire che sia tutto sostenibile, che è una cosa diversa. Non ci si può limitare al giudizio soggettivo, quello concerne un produttore che decide di finanziare o meno un progetto. Quando si arriva al denaro pubblico ci devono essere altri criteri che sono molto precisi.
Credi che questa distinzione non sia abbastanza chiara nel dibattito pubblico?
No, perché ne parlano tutti. Se lasciassero parlare i presidenti delle associazioni, dell’APA, dell’ANICA e associazioni di produttori e distributori sarebbe più appropriato. Ovviamente tutti quanti siamo contro lo sperpero del denaro pubblico, ma non è così. Bisogna considerare che c’è anche una responsabilità penale: se qualcuno ruba, viene indagato. Le più grandi cinematografie sono sostenute dai soldi pubblici, tranne quella americana che ha un sistema e un mercato completamente diversi. Dal mio punto di vista, per come io intendo il cinema sul piano politico e democratico, lo Stato deve finanziare i film, attraverso la valutazione dei progetti fatta in maniera seria da gente preparata, possibilmente.
Il dibattito, però, si alimenta anche di un giudizio morale. Ci si chiede cosa dovremmo imparare dal racconto della storia di un’influencer?
Questo accadde anche per Roma città aperta di Rossellini. La gente diceva: “cosa dobbiamo imparare dagli attori che vengono dalla strada? Cosa dobbiamo imparare da una storia che abbiamo appena vissuto?”. Io non lo so, però Rossellini lo sapeva, come lo sapeva Sergio Amidei. Spero che Lettieri lo sappia e credo di sì. Ovviamente nel momento in cui uno sbaglia, paga. Io non credo che abbia sbagliato, io non lo conosco, ma lui è uno serio e penso che sia una cosa seria quella che vuole raccontare, non un biopic del personaggio.
Sorge spontaneo chiedertelo: tu dirigeresti una docuserie su un personaggio come Rita De Crescenzo?
No, perché non mi interessa. Non conosco Rita De Crescenzo, ho visto solo qualcosa di lei di sfuggita. Non mi interessa perché sono storie che io non capirei. Ma ci sono tantissime storie di cui non so niente e che non saprei dirigere. Io non saprei fare un crime, per esempio. Io so fare solo le cose che so fare. Se mi chiedi se mi occuperei di questi personaggi, a meno che non abbiano dei legami particolari, sul piano teorico ti rispondo di no. Per esempio ho visto il documentario su Wanna Marchi perché lei ha fatto parte della mia fanciullezza, nel senso che ogni tanto mi appariva cambiando canale. Non saprei cosa dire su Wanna Marchi però, perché a me non interessano queste storie. A me interessa la cultura. Ma il fatto che io non sappia fare determinate cose fa parte della ricchezza culturale: c’è gente che lo sa fare. A me personalmente questi personaggi non attraggono per niente, ma non escludo che qualcun'altro possa trovare una chiave di lettura interessante. Il problema è che i giudizi vanno fatti sempre a valle, mai a monte. Cosa fa la differenza è il pensiero che c’è dietro una produzione, quello determina il valore, poi ognuno usa la propria espressione per raccontare ciò che ritiene possa essere raccontato.
Quindi, qualora fosse stato richiesto il Tax Credit per “Svergognata” e fosse stato concesso, sarebbe stato giusto così?
Sì, perché non è l’argomento in sé che inficia sulla sostenibilità economica. Poi magari alcuni prodotti non incontrano il consenso del pubblico. Ma se ci pensiamo anche molti capolavori della storia del cinema non lo hanno incontrato. Ladri di biciclette non andò benissimo quando uscì. Gli autori devono raccontare storie che il pubblico deve capire, ma non sempre il pubblico è pronto a capirle. Vedi David Lynch, oggi ha molto più successo di quando sono usciti certi suoi film: il pubblico di oggi capisce di più il suo cinema. L’arte non sempre viene compresa quando c’è, se c’è ovviamente. Al di là di questo quando tu richiedi del denaro pubblico devi sottostare a delle regole di accettazione e devi fornire elementi corretti che servono a chi valuta il tuo progetto a capire se possono finanziare o meno. Lettieri fa una serie su Rita De Crescenzo? Se ha qualcosa da raccontare, la racconterà. Prendiamo Garrone quando ha fatto Reality o Gomorra: è chiaro che non si tratta della storia in sè, ma di come la racconti. Questo vale per tutti. Se il progetto è serio lo capiremo vedendolo, se non lo sarà ognuno trarrà le proprie conseguenze. Io aspetterei di vedere cosa ha fatto Lettieri per capire di cosa stiamo parlando.
Tra l’altro caso vuole che entrambi avete diretto due docufilm sullo stesso personaggio: Pino Daniele.
Sì, ma sono due film molto diversi. Io in Pino Daniele - Nero a metà mi sono focalizzato su un periodo della vita di Pino Daniele. Forse quello che ha fatto Lettieri in Pino, cioè raccontare tutta la sua vita, io non avrei saputo farlo. Forse non mi interessava nemmeno. A me interessava raccontare una cosa precisa. Io racconto le storie che so raccontare, la vita intera di Pino Daniele non avrei saputo raccontarla, perché era troppo complessa e con troppi elementi che sapevo di non rendere.
Quindi vedrai “Svergognata”?
Non so se andrei a vederlo, questo è un altro discorso. Però bisogna avere il coraggio di raccontare certe storie e capire se c’è qualcosa che noi non abbiamo capito. Magari, anzi, la docuserie ci aiuterà a capire quel qualcosa che a noi è sfuggito. Lettieri non l'ho mai visto, ma so che è uno serio.