Morgan ha scritto che i Bluvertigo «ai Tool gli mangiano in testa in fatto di originalità, ricerca sonora, songwriting e spessore culturale». È una provocazione a una critica social, certo, con il tono di un commento sotto un post. Ma tolta l’iperbole, non ha tutti i torti. Proviamo a ragionare sul perché mettere Bluvertigo e Tool (più o meno) sullo stesso piano non equivale a una bestemmia. Entrambi, in fondo, sono figli dei King Crimson (lo specifica Morgan). I Tool ne hanno sviluppato soprattutto la lezione ritmica e strutturale: tempi dispari, poliritmie, reiterazioni ipnotiche, architetture progressive rappresentate magistralmente in Ænima e Lateralus. I Bluvertigo hanno preso un’altra strada: i Crimson anni Ottanta di Discipline, incrociati con Bowie, Eno, Japan, Depeche Mode, Battiato, elettronica e forma-canzone italiana. Su Rolling Stone Fabio Zuffanti aveva scritto, ben prima di questa polemica, che nel disco Zero «ogni parola è un link, una specie di enciclopedia universale della cultura in musica » e che il gruppo è come una sorta di incontro fra Depeche Mode e King Crimson.
E qui va restituito un merito spesso dimenticato a Marco Pancaldi, primo chitarrista e fondatore dei Bluvertigo. Le chitarre frippiane e alla Adrian Belew che diventano parte del Dna del gruppo nascono già con lui, prima di Livio Magnini che poi ha proseguito egregiamente il percorso. Quando l’ho intervistato su Rolling Stone, Pancaldi mi raccontò che Morgan gli consegnava strutture libere e lui le riempiva di chitarre, arrivando a costruire insieme Acidi e basi come un disco «a due teste». E parlando dei propri riferimenti mise ai primi posti Robert Fripp, Adrian Belew e «tutte le emanazioni dei King Crimson». Pancaldi raccontò persino di essere andato a un seminario di Belew perché, disse, quello che alcuni giovani chitarristi gli riconoscevano, lui doveva riconoscerlo a Belew.
Morgan stesso ha ricordato che nei nastri di Acidi e basi esistevano quantità impressionanti di sovraincisioni di Pancaldi, fino a 24 tracce di chitarra tra cui scegliere per costruire un arrangiamento. E anche Andy, fondamentale nella costruzione dell’identità sonora dei Bluvertigo tra basso, sax e sintetizzatori, ha ricordato il metodo con cui il gruppo costruì il proprio suono: «Abbiamo attinto da diverse epoche e matrici sonore e le abbiamo fatte coesistere». Insomma, non stiamo parlando di una band pop che ogni tanto giocava a fare l’avanguardia. Naturalmente non bisogna dimenticare che i Tool hanno una superiorità evidente nella ricerca ritmica, nella potenza esecutiva e nell’influenza internazionale (anche grazie alla lingua inglese), e che Lateralus ha portato la complessità metrica dentro un linguaggio subito riconoscibile. Ma i Bluvertigo facevano qualcosa di altrettanto complicato: infilavano sperimentazione, elettronica, filosofia, Stockhausen, Bowie, Battiato e Crimson in canzoni che finivano in radio ed erano canticchiate da tanti. Vi sembra poco?
Per questo «i Bluvertigo sono meglio dei Tool» è una provocazione, mentre «i Bluvertigo non hanno nulla da invidiare ai Tool» è una tesi perfettamente difendibile. Non perché suonino la stessa musica, ma perché appartengono alla stessa idea ambiziosa di ricerca artistica: utilizzare la cultura e la tecnica per inventare nuovi linguaggi. Con buona pace degli haters.