Sporco Lucro: così i Sex Pistols, situazionisti fino al midollo, titolarono una delle loro reunion. Gli Oasis invece la rivendono come atto d’amore e di riscoperta del legame fraterno dopo anni di tensioni. Nient’altro che mercificazione della nostalgia. E la cosa sta funzionando, vedi il tris di Roma. La prima data del 26 luglio polverizzata in pochi minuti, preludio al tris per il 29 e il 30, con immediato sold out e business della caccia al biglietto: ore di code virtuali e codici di accesso alla prevendita, per biglietti ricomparsi in circuiti non ufficiali a prezzi moltiplicati. Prima ancora di salire sul palco, gli Oasis hanno già messo in scena uno spettacolo che si nutre dell’ansia collettiva di restare fuori. Tutto come previsto. A cominciare da quel momento in cui Liam lascerà cantare lo stadio: ormai prassi nel mestiere della rockstar che si offre a settantamila persone accorse per ritualizzare il proprio ruolo. Decine di migliaia di voci pronte a sovrastarlo, mentre lui resta immobile con le mani dietro la schiena e il fratello con gli occhiali da sole officia nel suo ruolo dietro una chitarra, perfetti replicanti dello stereotipo della working class britannica e sodali del sindacato del parka. In quello stucchevole momento, due musicisti divenuti rockstar consumano sul palco un rito che non appartiene più a loro. È in quell’istante che la reunion si rivela per ciò che rappresenta: non la resurrezione di una band amata, ma uno show in cui il pubblico paga per recitare la parte di sé stesso. Il concerto è il pretesto, il vero spettacolo è la memoria collettiva che si mette in scena e si fa i selfie.
Per andare alle radici di questa operazione di successo bisogna partire da ciò che quel pubblico si era perso. Nell'agosto del 2009, dietro le quinte di un festival parigino, il tormentato sodalizio tra i due Gallagher si dissolveva tra chitarre spaccate e un laconico comunicato. Da quel momento, gli Oasis smisero di essere una band per trasformarsi in un'assenza ingombrante. Entrambi intraprendevano nuove carriere, con esistenze separate e perennemente in rotta. Quindici anni di porte sbattute e di bordate sui social. Un conflitto perpetuo, divenuto il nuovo show che ha permesso alla band di sopravvivere alla propria fine, trasformando la nostalgia in un business insperato. Assistere alla loro reunion farà lo stesso effetto di Babbo Natale che, dopo anni di attesa, scende dal camino solo per mostrare il dito medio a tutti e incassare con gli interessi. La nostalgia brama l'irripetibile, ma l'industria sa offrirle solo repliche; e questo vale persino per una band che, mirabilmente, aveva scelto di consumarsi nell'istante anziché spegnersi in una lenta agonia. Con questa operazione a posteriori gli Oasis hanno infilato le pantofole, donando alla dittatura del pubblico una replica dall'esito già noto, con la scaletta pubblicata in anticipo e le emozioni prevedibili sincronizzate. Chi paga il biglietto non compra l'incertezza fondativa del fenomeno Oasis, ma la garanzia che tutto proceda nel nome delle singole attese dei fan, accorsi dopo due decenni in cui la rottura è stata parte integrante del mito. Una manciata di brani per uno show collaudato che stavolta arrivi fino alla fine.
Questa reunion consegna il ricordo, sottraendo però l'elemento che lo rendeva prezioso. Una variabile di mercato, misurata e sfruttata in tempo reale, con l'algoritmo che vende l'intensità dell’attesa e i prezzi dei biglietti che si dilatano. Più forte è il legame affettivo con la band, più sarai disposto a sborsare: la forma più compiuta di monetizzazione del sentimento. Sarebbe però ingenuo contrapporre a questa operazione la presunta purezza. Gli Oasis non sono mai stati una band di nicchia. Noel aveva imparato il mestiere come roadie degli Inspiral Carpets negli anni di Madchester, osservando da vicino gli ingranaggi di una macchina da spettacolo e tour, facendosi un'idea ben chiara fin dall’inizio su cosa dovesse fare: scrivere canzoni costruite per essere cantate in coro dalle folle. I concerti di Knebworth, nel 1996, furono il compimento di un progetto: due date leggendarie, il 10 e l'11 agosto, in cui si radunarono duecentocinquantamila persone, con una richiesta di biglietti da parte di due milioni di fan, circa un ventesimo dell'intera popolazione britannica dell’epoca. Il Britpop stesso fu subito un'operazione di immagine: la Cool Britannia di Tony Blair che portò Noel a Downing Street, mentre la classe operaia che quella musica pretendeva di rappresentare perdeva fabbriche, sindacati, quartieri. La reunion non tradisce quella storia. Ne prolunga la logica con strumenti più efficienti. Qualcosa di cui i britannici sono comunque consapevoli, avendo un immenso catalogo da cui attingere e pretendere. Per loro gli Oasis non sono altro che un brand per l’intrattenimento: produttori di inni collettivi che vanno bene al pub, sotto la doccia o allo stadio, nulla di più. Il prodotto Oasis si semplifica, attraversato la Manica.
Basta un taglio di capelli, il parka originale, la posa sbilenca del frontman, la strafottenza, due o tre frasette sul working class hero. Scompare tutto il resto: la stratificazione di culture popolari che per decenni hanno costruito identità attraverso pratiche lente e condivise, dai club del Northern Soul ai mod, fino alle sottoculture più marginali. Il pacchetto esportato chiede soltanto un biglietto per poter giocare con un cliché estetico e un'identità usa e getta. Simon Reynolds, celebre critico musicale e saggista britannico, ha descritto questa condizione come retromania, una cultura ossessionata dal proprio passato recente e incapace di produrre qualcosa che non sia già stato. Mark Fisher invece parlava di futuro cancellato. Le due diagnosi convergono negli stadi pieni per gli Oasis. Chi li riempie non è necessariamente ingenuo, e il piacere che prova è reale. Ma è la pulsione di chi ha rinunciato a cercare il nuovo e si accontenta di verificare che il vecchio funzioni ancora. La critica, davanti a questo, non può limitarsi a disprezzare il pubblico. Deve chiedersi perché una generazione intera trovi nel proprio passato l'unico luogo in cui sentirsi collettiva. La risposta è che quelle canzoni appartengono all'ultimo momento in cui il futuro sembrava promettere qualcosa. Non si torna a vedere gli Oasis per ritrovare la giovinezza, ma per ritrovare l’attesa. Con la certezza che, almeno per una notte, la fine può attendere.