Tredici tracce arrivano direttamente da Bollate. Questa non è la recensione del solito album. Il 24 settembre è stato rilasciato un disco che non è solo l’insieme di tredici canzoni trap, ma anche un simbolo di riscatto, quello che si respira in strada, quella vera, e dietro le sbarre di una cella vera. Il titolo è 30 OP.
Blackbaby, L. Brown, Lemillion, Ijazzy e Fatmac sono i nomi d’arte dei Quarto Reparto, i detenuti che hanno messo la firma su questo lavoro. Ad affiancarli anche alcuni nomi della scena rap: Ensi, Nitro, Nerone e Mic Tyson. Il titolo richiama l'articolo 30 dell'Ordinamento Penitenziario - la norma sulle licenze straordinarie di uscita dal carcere - ma, nel contesto dell'iniziativa, la sigla “O.P.” assume un nuovo valore metaforico e diventa sinonimo di opportunità. Rappresenta infatti la possibilità di mettersi alla prova con la musica acquisendo nuove abilità professionali, mettersi in gioco con senso di responsabilità e trovare una cifra espressiva con cui dar voce alla propria storia personale. L'iniziativa rappresenta il secondo progetto musicale sviluppato presso l'istituto penitenziario di Bollate, facendo seguito alla pubblicazione di Mezz’ora d’aria nel giugno 2024.
30 OP non è mai uscito dal quarto reparto, prima della pubblicazione: è stato scritto, prodotto e registrato lì. E per questo quando le tracce scorrono non è difficile sentire ciò che sentono i cinque ragazzi. Perché in fondo questo sono: cinque ragazzi e questo disco ce lo ricorda. Tendiamo ad associare le persone ai loro reati, a ridurli all’appellativo “detenuti”. Ma questi cinque ragazzi ce lo dicono anche in una delle tracce del disco: Je ne sui pas criminel.
In questo disco c’è tanta trap ma questi ragazzi non fanno “i trapper”: non c’è spocchia, rime sui soldi, su droghe e puttane; c’è solo il cuore di chi ha davvero qualcosa da raccontare, la fame di chi vuole prendersi il proprio posto nel mondo e l'autenticità di chi usa la musica non come una vetrina, ma come una cura. “Non diventare grande che lo faremo insieme” è ciò che dice Lemillion alla sorella più piccola che ha lasciato fuori. E tutte le tracce oscillano tra il dialogo con se stessi, con i propri cari e con chi le ascolta. I cinque non ci tengono a rivendicare quanto è figo stare contro il sistema. Siamo così abituati a sentire testi intonati con l’autotune dove si narra di fughe dalla polizia, rapine, armi e reati vari sfoggiati come fossero medaglie. Questi ragazzi, invece, fanno l’esatto opposto: non parlano di niente di tutto questo. Chi vive davvero certe situazioni non ci pensa nemmeno a vantarsene. Da dentro la percezione cambia completamente: non ci sono mode o spocchia da esibire, c’è solo la coscienza che trae beneficio dal silenzio, dalla riflessione: questo è garantismo in formato musicale. Nessuna truffa all'ascoltatore, solo la fame e l’autenticità di chi usa le barre per dire la verità. Questo disco prende il meglio della trap: le sonorità, le linee melodiche e dal rap quella purezza cruda e al tempo stesso delicata che appartiene ai poeti.
L'album è il frutto di un percorso creativo durato circa due anni, durante i quali gli autori hanno firmato tutti i testi originali, poi sottoposti alla preventiva autorizzazione del Ministero della Giustizia: “Le canzoni partono dalle esperienze personali degli artisti coinvolti e affrontano anche le conseguenze concrete delle scelte compiute. Il carcere non è un gioco e il mito del gangster non coincide con la realtà della detenzione”, ha spiegato Stefano Aschieri (Stelo), produttore esecutivo di 30 OP. “I 13 brani raccontano il peso delle decisioni, la solitudine e le difficoltà che possono accompagnare una persona anche dopo la fine della pena, ma soprattutto parlano della possibilità di acquisire consapevolezza, sviluppare nuovi strumenti e immaginare una direzione diversa. 30 OP è il risultato di un percorso nel quale i partecipanti hanno avuto la possibilità di acquisire competenze, confrontarsi con gli altri e assumersi la responsabilità di un’opera collettiva. Il progetto mette in relazione detenuti, operatori, professionisti della musica e della comunicazione, fotografi, videomaker, designer e realtà del settore discografico”.
Tra tutte forse la traccia più emozionale e potente a livello sonoro è la prima, Blindo. In chiusura, invece, Nuova vita è quella che riesce a oltrepassare definitivamente quel muro invisibile tra chi fa la musica e chi la ascolta. Nuova vita è un inno alla speranza non edulcorata. Quel “buio di una cella” è l’inferno di chi la vive fisicamente, ma il concetto si espande a qualsiasi altra situazione che preveda una reclusione in un pensiero, un tarlo o una relazione che non va come vorremmo. “Tu non ritorni” si conclude il brano e il finale sfuma in un delay che lascia aperto tutto, contrapponendosi anche sonoramente a quell’immagine di “reclusione” che inevitabilmente ci siamo figurati quando abbiamo iniziato ad ascoltare il disco. In quel finale aperto ci entra tutto; non poteva essere altrimenti perché questo non è un disco a lieto fine, è un disco che nemmeno lo cerca, ma vive di un futuro immaginato, vicino o lontano. È qui la chiave di lettura, è alla fine di 30 OP, un album dove non si parla di passato e non si parla di presente, ma dove si crea un tempo ignoto che, a differenza di chi sta fuori, non fa paura, anzi, non si vede l’ora di vivere.
Un disco che si serve del linguaggio rap per parlare di introspezione, famiglia, amici, di anni che si perdono, ma anche di rabbia coltivata in quel posto freddo e buio da cui si desidera uscire il prima possibile. Ecco cosa dovrebbe fare la musica: aiutare chi la fa e aiutare chi la ascolta. Perché in un mondo trap in cui i trapper fanno a gara per farsi arrestare per fare hype e, una volta fuori, usano la prigione come trofeo e dimostrano con le loro canzoni di non aver imparato niente, 30 OP fa l'esatto opposto: dimostra che il carcere non è un'estetica da vendere, ma una ferita da capire. Dove il mercato celebra la recidiva d'immagine, i Quarto Reparto rispondono con la maturità, trasformando l'errore non in una medaglia da esibire, ma nella consapevolezza da cui ripartire. Questo disco dimostra che la musica, quella vera, non serve a fuggire dalle proprie responsabilità, ma a prendersi finalmente la più grande di tutte: quella di guardarsi dentro e provare a cambiare.