“Ave Maria piena di rabbia”. È difficile immaginare un verso che sintetizzi meglio il conflitto interiore di una carcerata. Eppure forse la redenzione in carcere comincia proprio da lì: dal momento in cui una persona riesce a dare un nome a quello che ha dentro. E magari non necessariamente in una forma che ci faccia sentire comodi.
A trovare quelle parole è stata una detenuta del carcere di Lecce, vincitrice del premio Afrodite che, mettendo in fila parole belle ed efficaci, ci spiattella in faccia un sistema carcerario che forse non vogliamo vedere. Ciò che non riportano i giornali, però, è che il “verso madre” della poesia è fortemente ispirato da On Fire, una canzone di Salmo di un anno fa, nella quale il rapper canta: “Ave Maria, piena di rabbia. Piega le sbarre, apri la gabbia E fatemi uscire, sono il cane che abbaia”. E ancora: “Ave Maria piena di rabbia. Ho i sensi di colpa, è un colpo di grazia. Dammi la forza e la penna che taglia [...] Ave Maria piena di rabbia. Prega per me, ho un chilo di ganja. Sto guardando l’alba dall’ultima spiaggia”.
Chi ha scritto la poesia di certo On Fire l’aveva ascoltata. Ciò non toglie nulla al merito dell’autrice. Lasciarsi ispirare non equivale a copiare. La vicenda ci pone di fronte a un fatto: la rabbia di Salmo dà voce anche a chi dietro le sbarre ci sta letteralmente. Non solo dietro quelle sbarre di cui parla lui nella stessa canzone: quella di una società che detta il nostro ritmo, dei cicli di vita sempre uguali e delle tappe che percorriamo emulandoci l’un l’altro. Ma delle sbarre vere e proprie, in senso letterale. La poesia racconta anche una cosa che dovremmo ricordare ogni volta che parliamo di carcere, ossia che una condanna non dovrebbe avere come unico obiettivo quello di far soffrire chi ha sbagliato. Altrimenti il carcere è soltanto una vendetta amministrata dallo Stato. La distinzione non è affatto filosofica, ma molto concreta. Se una persona entra in carcere perché ha commesso un reato e ne esce semplicemente dopo aver scontato un certo numero di anni, senza essere cambiata o aver acquisito strumenti che possano rieducarla a una nuova relazione con la società, allora che cosa abbiamo ottenuto? Abbiamo punito, sì. Ma abbiamo davvero rieducato? Le parole della poesia descrivono rabbia, ma anche tanta consapevolezza e voglia di riscatto. Sembra una rabbia matura quella di chi firma la poesia, così come è matura quella di Salmo che l’ha evidentemente ispirata.
Salmo diventa quasi un ghostwriter per chi in quella rabbia e dietro le sbarre di quella gabbia ci vive immerso 24 ore su 24. La rabbia di Salmo è diventata canzone, dalla canzone è nata la poesia di chi quella vita in prigione la vive davvero e ora una frase della poesia verrà incisa sulla ceramica e portata sul lungomare di Santa Caterina. Così funziona l’arte, così si trasmette la bellezza, anche attraverso un sentimento sudicio e sguaiato.
Quella rabbia descritta in quei versi ci ricorda poi anche un’altra verità scomoda: l’Italia è già stata condannata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo per il modo in cui teneva i propri detenuti, quando il sovraffollamento delle carceri aveva raggiunto livelli incompatibili con il divieto di trattamenti inumani e degradanti. E il problema non appartiene soltanto al passato: ancora oggi il sistema penitenziario italiano si trova a fare i conti con sovraffollamento e condizioni di vita degradanti, che rischiano di trasformare la pena in qualcosa di ulteriore rispetto alla semplice privazione della libertà. Qualche giorno fa mi trovavo a parlare con una madre cui figlio stava scontando la sua pena in carcere: “Non gli danno i suoi occhiali da vista. Non gli danno nemmeno l’acqua”. Non in tutte le carceri funziona così, per fortuna, ma non sono pochi a denunciare le condizioni di degrado nelle quali si trovano a vivere i detenuti.
E allora questa poesia, da chiunque sia stata ispirata, che faccia rumore. Se è della poesia che dobbiamo ancora servirci per conoscere certi angoli di mondo che ancora restano bui, che poesia sia! Perché quei versi non hanno solo vinto un premio, non servono solo ad abbellire la parete di un lungomare. Non è solo bellezza, è molto di più: verità. E noi dalla nostra di gabbia dorata, siamo pronti a vederla?