Questa storia ha dell'incredibile. Ma non solo per il trattamento riservato a un ragazzo di 15 anni, rimasto in isolamento per oltre due mesi. Quello che colpisce è che racconta un cortocircuito che dobbiamo focalizzare bene: il diritto continua a giudicare il gesto, mentre internet costruisce il percorso che porta a quel gesto. E quando al centro c'è un minore, la situazione diventa ancora più delicata.
Ventidue ore al giorno chiuso in una cella. Due ore fuori per lavarsi, pulire la stanza e, secondo quanto riferito dalla difesa, fare una partita a biliardo con una guardia. È la condizione in cui sarebbe rimasto per oltre tre settimane un quindicenne detenuto a Malta, al centro di un caso che ci obbliga a chiederci: come deve essere trattato un minore quando entra nel sistema della giustizia penale? Ma questa è soltanto la prima domanda. Il ragazzo, arrestato pochi giorni dopo il suo quindicesimo compleanno, è accusato di aver provocato un falso allarme nella sua scuola. Un'accusa che dovrà seguire il proprio percorso giudiziario, ma che non cancella il nodo principale della vicenda, ossia il trattamento riservato all'adolescente dopo il suo ingresso nelle strutture detentive.
Secondo quanto riportato dal Times of Malta - quando ancora il ragazzo era detenuto da soli 20 giorni - la famiglia e gli avvocati hanno denunciato le condizioni in cui si troverebbe il giovane. Sarebbe stato collocato inizialmente in una sezione del carcere di Corradino destinata ai detenuti sottoposti a un regime particolarmente restrittivo e poi trasferito ai servizi per giovani detenuti, continuando però a rimanere in isolamento. Le autorità avrebbero giustificato la misura con il timore di possibili gesti autolesionistici; la madre respinge questa ricostruzione e sostiene che il figlio non avesse mai manifestato problemi di salute mentale.
Il ragazzo ha fornito una versione diversa. Durante una procedura di controllo all'arrivo in carcere, dopo essere stato invitato a fornire un campione di urine sotto la supervisione degli agenti, avrebbe reagito con rabbia, colpendo una parete e insultando il personale. Secondo lui, quell'episodio sarebbe stato il motivo dell'isolamento. Qui c’è il punto di rottura e qui questa storia smette di essere soltanto cronaca. Perché è facile fermarsi al pugno contro il muro, all'accusa contestata o alla misura cautelare. Molto più difficile è chiedersi che cosa ci sia dietro il comportamento di un quindicenne. E no, dire che l’adolescenza è un periodo sempre difficile non basta più.
Questo è lo stesso interrogativo da cui nasceva Adolescence. Nella serie il protagonista è accusato del femminicidio di una compagna di scuola. In questo caso si parla di un presunto falso allarme per tentata strage. Reati diversi, conseguenze incomparabili. Eppure il punto di contatto non è il crimine, ma il percorso. La serie Netflix non racconta soltanto un omicidio, ma soprattutto ciò che viene prima: le comunità online che manipolano, la radicalizzazione che conduce alla costruzione lenta di un adolescente che finisce per compiere un gesto estremo. E il caso maltese sembra riportare la stessa domanda fuori dalla serie: quando un minore arriva a commettere un reato, stiamo guardando soltanto il punto di arrivo o anche il tragitto che lo ha portato fin lì? Non si tratta di giustificare, ma di provare a comprendere un fenomeno più ampio, che affonda le sue radici nelle più apparentemente innocue piattaforme online che anche noi possiamo utilizzare con frequenza e facilità. Il limite di un sistema che fatica a confrontarsi con fenomeni sempre più intrecciati al mondo digitale emerge proprio qui. Il diritto è chiamato ad accertare responsabilità individuali, ma sempre più spesso si trova davanti adolescenti che possono essere contemporaneamente autori di un reato e vittime di meccanismi di manipolazione, adescamento e radicalizzazione online.
Questo fa notare Serena Mazzini in una storia su Instagram. Ma non solo, questo è anche il punto da cui parte Non c'è nessun messaggio, la docu-serie di Mazzini, disponibile dal 30 luglio sulla newsletter Vale Tutto di Selvaggia Lucarelli. Sulla piattaforma, per il momento, è stato caricato solo il primo episodio, che analizza la manosfera, un insieme di comunità online (forum, social, blog, canali video e chat) in cui si discutono temi legati alla mascolinità, alle relazioni tra uomini e donne e all’identità maschile. L'inchiesta di Mazzini mostra come gruppi online riescano a individuare adolescenti vulnerabili, manipolarli, ricattarli e spingerli a documentare in diretta azioni violente, autolesive o illegali. Per mesi Mazzini si è finta una ragazza di 14 anni, infiltrandosi in queste comunità online e ricostruendone il funzionamento dall'interno. Secondo quanto raccontato dalla stessa autrice sui social, i genitori del ragazzo maltese l'avrebbero contattata dopo aver riconosciuto nel caso del figlio dinamiche molto simili a quelle documentate nell'inchiesta. Mazzini sostiene che il giovane sarebbe stato coinvolto in uno di questi gruppi online e che il materiale presente sul suo telefono sarebbe stato utilizzato come strumento di ricatto. Si tratta di una dinamica già osservata durante il suo lavoro investigativo, in cui i minori vengono spinti a produrre contenuti sempre più estremi per evitare di essere esposti o denunciati.
Se questa ricostruzione fosse confermata, il caso assumerebbe una dimensione ancora più complessa. Perché quel ragazzo non sarebbe soltanto un imputato, ma anche il possibile bersaglio di un sistema criminale online che usa gli adolescenti come strumenti. È una zona grigia che Adolescence aveva immaginato nella finzione, ma traendo spunto dalle varie teorie sulla manosfera. E che oggi, tra cronaca e inchieste giornalistiche, sembra assumere contorni sempre più concreti. E non è la prima volta che accade. Forse è proprio qui che il sistema giuridico è chiamato a evolversi. Non si tratta di rinunciare ad accertare le responsabilità, ma di riconoscere che, nell'era della radicalizzazione online, un minore può essere contemporaneamente autore di un reato e vittima del percorso che lo ha condotto a commetterlo.
La difesa del ragazzo italiano detenuto a Malta ha presentato un ricorso urgente per chiedere la fine dell'isolamento, ma il tribunale lo ha respinto per un vizio procedurale legato al riferimento a una norma errata. La decisione non è entrata nel merito della questione centrale, ovvero se un isolamento così prolungato sia compatibile con la tutela di un minore.
In attesa di nuovi aggiornamenti, questa storia evidenzia che dietro un reato c'è un sistema che dobbiamo conoscere e disinnescare per evitare che se ne compiano degli altri. Il reato è il dito. La rete è la luna. Il reato è il sintomo. La radicalizzazione online la causa. E finché continueremo a discutere soltanto di ciò che emerge in superficie, questo sistema continuerà a crescere nell'ombra.