La tragica morte della piccola Beatrice avvenuta per mano di quegli adulti che avrebbero dovuto proteggerla e prendersi cura di lei che aveva solo due anni ora è descritta, nero su bianco, dalle pagine degli esami autoptici che il medico legale ha depositato in Procura, risultanze che sono a disposizione delle parti e quindi anche dell’avvocato Laura Corbetta, difensore di Emanuela Aiello, madre della bimba. Come già avvenuto in relazione alle dichiarazioni in diretta tv di Maria Gioffrè, legale di Manuel Iannuzzi, compagno della Aiello, abbiamo notato un certo imbarazzo nel tentare di costruire una strategia difensiva credibile per due soggetti che sono accusati dalla Procura di Imperia di aver maltrattato e picchiato una creatura innocente fino a provocarne la morte. Se infatti da una parte l’opinione pubblica è insorta soprattutto sui social dopo che l’avvocato Gioffrè aveva definito “goliardico” il video dove Iannuzzi costringe la bimba in lacrime a fumare una sigaretta, dall’altra parte hanno suscitato altrettanta rabbia le dichiarazioni del legale della Aiello che sostiene che la sua assistita non fosse neppure presente quella maledetta domenica di febbraio in cui la piccola Beatrice ha subito l’ennesimo maltrattamento sfociato nel colpo alla testa che le è stato fatale.
Se da una parte l’autopsia sul corpo martoriato della piccola ha rilevato che la bimba aveva i polmoni come quelli di una fumatrice adulta, dall’altra non si può non tener conto delle dichiarazioni delle due sorelline di Beatrice e di due testimoni adulti che erano presenti quel giorno. L’avvocata Corbetta presente nella trasmissione Morning News ha tentato di alleggerire la posizione di Emanuela Aiello raccontando che la sua assistita versava in condizioni economiche molto precarie e quella domenica si era assentata dall’abitazione di Iannuzzi per procurarsi del denaro con qualche lavoretto domestico quindi non aveva assistito alle violenze che avrebbero provocato la morte di Beatrice. Inoltre la Aiello negli ultimi giorni avrebbe scritto delle lettere al padre di Beatrice che si trova a sua volta in carcere per reati che non hanno nulla a che vedere con il maltrattamento di Beatrice, missive nelle quali, cambiando totalmente versione rispetto ai mesi scorsi, scarica tutta la responsabilità su Iannuzzi dicendo che quel giorno non si trovava a casa del compagno.
Una versione che non convince assolutamente l’opinione pubblica ma neppure gli inquirenti per tutta una serie di motivi, alcuni dei quali rispondono alla logica e al buonsenso ancora prima che alle dichiarazioni di almeno quattro testimoni. In primis a suscitare sgomento e dolore sono proprio quelle risultanze autoptiche che purtroppo ci restituiscono un quadro agghiacciante sui lividi, sulle ecchimosi e sullo stato di denutrizione e deperimento di cui Beatrice era vittima e la domanda viene spontanea. Come può una madre non accorgersi del fatto che la propria figlioletta di due anni subisca ripetutamente e continuativamente violenze e maltrattamenti fisici e psicologici da parte del proprio compagno e decidere di rimanere inerte se non addirittura di coprirlo rendendosi complice?
E in secondo luogo non possono essere certo trascurate le dichiarazioni delle due sorelline di sette e nove anni che agli inquirenti hanno raccontato per filo e per segno cosa succedeva fra quelle maledette mura domestiche e cosa è successo quella domenica quando la loro madre non solo era presente ma si è rifiutata di chiamare i soccorsi che avrebbero potuto salvare la bimba se allertati tempestivamente. Come ha riferito Alberto Lari, il procuratore capo di Imperia, le piccole hanno raccontato che Beatrice veniva picchiata selvaggiamente dalla coppia solo perché piangeva di notte ed era continuamente oggetto di “schiaffi, calci, pugni, pedate, frustate con fili elettrici, con la cintura, sbattuta contro muri, finestra, a terra”. La descrizione di un vero e proprio inferno dalla voce di due bimbe che ora si trovano in una comunità protetta in attesa che il tribunale dei minori valuti se sia idoneo l’affido alla famiglia del padre che ne ha fatto richiesta. E a confermare che quel giorno Beatrice stava male ci sono anche due testimoni adulti che si trovavano a cena a casa di Iannuzzi. Entrambi raccontano di aver sollecitato la coppia a portare la bimba in ospedale o a chiamare un ambulanza sostenendo di aver ricevuto un dinego perché la madre temeva che i nonni paterni, venuti a conoscenza dell’accaduto, avrebbero potuto toglierle Beatrice. Due testimoni adulti che, sentiti separatamente, hanno fornito la stessa versione dei fatti che, insieme a quella delle due sorelline, inchioda la Aiello e Iannuzzi alle loro pesanti responsabilità.