Novantasei ore per smantellare un nucleo familiare tra Pietracatella e Campobasso. I sospetti, al momento, non c'erano ancora e meno che mai c'erano ipotesi e suggestioni. Alice Di Vita ha detto addio da pochissimi giorni a mamma Antonella Di Ielsi e a sua sorella Sara. È il 5 gennaio del 2026 e, davanti agli inquirenti, ricostruisce passo passo quelle novantasei ore. Un racconto che, poi, sarà passato al setaccio parola per parola, con la diciannovenne che verrà ascoltata anche in altre occasioni. Quel primo verbale contenuto nella relazione autoptica, però, al netto di ogni ulteriore ipotesi, è una cronologia clinica. Senza sfumature emotive.
Tutto inizia il 23 dicembre, una giornata ordinaria in cui la ragazza prepara la pasta al pomodoro per sé, per il padre e per la sorella Sara, prima di prendere il pullman per la scuola guida e passare la serata con gli amici a Sant'Elia a Pianisi. Quando rientra all'una e mezza di notte, salendo direttamente nella sua camera al terzo piano attraverso la scala esterna, dormono tutti.
Il giorno successivo, la vigilia di Natale, la routine si divide tra il forno dello zio, dove Alice e Sara danno una mano a badare alla cuginetta, e i pasti della tradizione. A pranzo, a casa dello zio, il menu prevede spaghetti con le vongole, impepata di cozze, seppie e patate. A cena, nell'appartamento della nonna, al primo piano dello stesso stabile, la tavola si riempie di polpette di tonno, polenta con i funghi, baccalà e bruschette. Alimenti preparati collettivamente e assaggiati da tutti i presenti, che a fine serata sembrano stare bene.
Ma la mattina di Natale, alle dieci, la situazione precipita. Antonella Di Ielsi, la madre, non riesce ad alzarsi dal letto, piegata da forti attacchi di vomito e da una spossatezza estrema. Mezz'ora più tardi, anche la diciassettenne Sara accusa gli stessi sintomi e si rimette a letto. Il padre, in quel momento, è l'unico a non mostrare segni di malessere. Il pranzo di Natale salta. E nel pomeriggio, di fronte all'insistenza dei sintomi, l'uomo va a Campobasso a comprare del Plasil, somministrato via iniezione da una zia di famiglia. Il farmaco non fa effetto. Le due donne sono talmente deboli che Alice deve aiutarle a vestirsi per poterle trasportare al pronto soccorso, dove la madre viene trattenuta in osservazione, mentre Sara, dopo qualche ora, viene dimessa e riportata a casa dal padre.
È solo l'inizio. La mattina del 26 dicembre, una telefonata del padre avverte Alice che la situazione è nuovamente peggiorata: Sara ha ripreso a vomitare e anche l'uomo comincia a avvertire i primi malori, costringendoli a un secondo trasporto d'urgenza in ospedale. Nel pomeriggio, i genitori rientrano a casa estremamente provati, seguiti in serata da Sara. Per cena la ragazza prepara un brodo vegetale che quasi nessuno riesce a toccare.
Il 27 dicembre, alle sette del mattino, il padre sveglia Alice: stanno tutti malissimo. La ragazza telefona alla guardia medica, ma si scontra con il rifiuto di un consulto telefonico. Chiama allora il 118, ma l'operatore risponde che per quel genere di sintomi non è possibile inviare un mezzo di soccorso, suggerendo di richiamare la guardia medica per pretendere una visita domiciliare. Solo alle 8:40 un medico della guardia medica giunge nell'abitazione, raccomanda una forte idratazione e lascia tre flebo da far somministrare a un infermiere di fiducia, iniettando il Plasil a madre e figlia, mentre il padre rifiuta la puntura avendo sintomi più lievi.
Alice e lo zio vanno a Sant'Elia per acquistare gli integratori prescritti, ma al loro rientro la situazione è ormai fuori controllo. Intorno alle undici arriva un infermiere amico di famiglia chiamato per applicare la flebo a Sara. L'uomo si accorge subito che la ragazza è in stato confusionale, non connette e delira. Tenta di chiedere un'ambulanza al 118, ma la risposta è ancora una volta negativa per mancanza di mezzi. La giovane viene quindi caricata in auto dai familiari e portata in ospedale.
Le ore successive sono un'agonia: Sara delira, pronuncia parole incomprensibili, mentre il monitor dei parametri vitali lampeggia in rosso emettendo segnali acustici. Alle 17:00 lo zio Antonello dà il cambio ad Alice, che torna a Pietracatella trovando i genitori sul divano, spossati. Poche ore dopo, una chiamata dello zio convoca d'urgenza i genitori in ospedale. Il padre, che sembra stare leggermente meglio, parte insieme ad Alice. Al loro arrivo, l'uomo viene informato che la figlia ha avuto un collasso cardiaco durante una TAC. I tentativi di rianimarla falliscono: Sara è morta.
La madre, informata dal marito davanti al pronto soccorso dove è giunta in condizioni di estrema debolezza, crolla a terra. Viene caricata su una lettiga e ricoverata in rianimazione, dove viene sedata, mentre anche il padre viene trattenuto in reparto. La mattina del 28 dicembre, mentre Alice si sottopone agli esami clinici precauzionali disposti dai medici, riceve la conferma che anche la madre è morta.
Agli inquirenti che cercano di individuare l'origine del letale avvelenamento, Alice chiarisce che i sospetti sulle cozze della vigilia sono svaniti quando si è constatato che altri commensali, tra cui lo zio e il nonno, le avevano mangiate senza riportare alcun disturbo. Menziona anche un cesto natalizio ricevuto prima delle feste, da cui lei stessa aveva consumato miele e panettone, e da cui il padre aveva bevuto del vino. Il resto? È tutto quello che è venuto dopo, sospetti compresi.