Le tute bianche della Scientifica sono di nuovo a Pietracatella: torneranno a varcare la soglia di casa Di Vita, sequestrata dal 28 dicembre scorso, per passare al setaccio ogni cosa. Da quella data sono passati 4 mesi esatti e il mistero su cosa, o chi, ha strappato alla vita Antonella Di Ielsi e la giovane Sara Di Vita, rispettivamente di 50 e 15 anni, non solo non accenna a risolversi, ma si complica sotto il peso di evidenze scientifiche che aprono scenari fatti di ulteriori domande più che di certezze che maturano. Il quesito che toglie il sonno alla Procura di Larino è tecnicamente semplice, ma contestualmente brutale: è stata la ricina, il veleno dei sicari, della Guerra Fredda, delle spie e di Breaking Bad, o un’esposizione massiccia e reiterata alla pianta del ricino?
Il discrimine, oltre che tossicologico, è dannatamente giuridico. La relazione del Centro antiveleni Maugeri di Pavia avrebbe infatti mostrato una "firma biologica" anomala. Nei campioni ematici delle vittime – stando a quanto trapela - non è stata trovata la ricina in forma integra, proteina terribilmente instabile e fugace, bensì tracce compatibili con le lectine del ricino. In una concentrazione che però è spaventosa: 250 volte superiore alla dose letale. Insomma: è presente come se fosse stata ingerita in gran quantità, ma ha lasciato tracce che invece sono più riconducibili a una esposizione prolungata. In ogni caso: come possono un incidente alimentare o un contatto generare un carico tossico così devastante?
Proprio in queste ore, mentre legali e periti si radunano a Campobasso, la Polizia Giudiziaria sta procedendo all’estrazione della copia forense dell’iPhone di Alice Di Vita, la diciannovenne rimasta unica superstite insieme al padre. Accertamento irripetibile, si dice in gergo. Quel telefono di Alice, che non partecipò alla cena del 23 dicembre, potrebbe essere il testimone (non troppo silenzioso) dei giorni dell’agonia. Si cercano, come avevamo già raccontato, non solo messaggi o chat, ma le geolocalizzazioni e i salvataggi delle "note" dove la ragazza avrebbe meticolosamente annotato i pasti consumati tra il 23 e il 25 dicembre. Quegli appunti potrebbero essere la bussola per capire se l’avvelenamento sia avvenuto "a tappe"? Gli inquirenti sospettano infatti un’esposizione reiterata: una prima somministrazione, un lieve miglioramento, e poi il colpo di grazia. Questo spiegherebbe l'andamento altalenante delle condizioni di madre e figlia durante i ricoveri e la ferocia del decesso finale.
Parallelamente, il Palazzo di Giustizia è diventato un crocevia di parenti e conoscenti. Ieri, 27 aprile, è stata la volta della zia di Gianni Di Vita, madre di quella Laura Di Vita legatissima alle vittime. “È stato un incidente – ha detto ai cronisti appostati fuori dal palazzo - erano una famiglia normalissima. Laura? E’ tranquilla”. Eppure sembra che ormai a crederci siano rimasti in pochissimi e che le indagini si allarghino al punto che potrebbe esserci un colpo di scena già nelle prossime ore: verosimilmente “nuovi” nomi sul registro degli indagati. Si scava nella vita, ma anche nel passato pubblico, di Gianni Di Vita, commercialista ed ex sindaco, per capire se l'ombra del veleno possa essere arrivata da fuori o da un rancore sopito.
Nelle prossime ore, intanto, il baricentro si sposterà a Bari. La dottoressa Pia Benedetta De Luca analizzerà i vetrini istologici delle autopsie, ultimo atto prima di consegnare una relazione che finirà inevitabilmente per risultare dirimente. Se i tessuti confermeranno l’ingestione sistematica e non l’inalazione o il contatto accidentale, il cerchio intorno alla casa di Pietracatella si stringerà inesorabilmente.