S’è detto di tutto: dai 50000 Euro che, secondo Fabrizio Corona, Marco Poggi avrebbe ricevuto come compenso da Mediaset per l’intervista concessa a Quarto Grado all’ipotesi, già smentita, che il fratello di Chiara Poggi potesse presentarsi davanti alle telecamere a volto coperto. L’unica cosa vera da dire, almeno giornalisticamente, è però un’altra: è stato un colpaccio. Intervistare qualcuno che non parla da 19 anni è giornalisticamente un gran colpo e non ammetterlo – prima di fare qualsiasi altra considerazione – è da volpi che non arrivano all’uva.
Poi, per carità, possiamo dire di tutto su come quell’intervista sia arrivata, sul perché sia stata concessa e per quale motivo proprio al programma di Gianluigi Nuzzi, ma andrebbe fatto comunque dopo l’affermazione di un dato di fatto: quell’intervista è già una notizia e chapeau! Punto. E, ancora meglio, dopo aver ascoltato una intervista che comunque deve ancora andare in onda e su cui, domande concordate o meno, ambiente strutturato o meno, nessuno può ancora sapere nulla se non dalle pochissime anticipazioni mostrate dalla stessa trasmissione televisiva.
L’altra cosa da dizer, eventualmente, è che il giornalismo deve cominciare a farsi domande prima ancora di piangersi addosso. Perché, al di là dell’intervista di Marco Poggi, quanto emerso dal caso Garlasco è agghiacciante rispetto a un modo di intendere la professione. E rispetto al prestarsi a quel modo che se ormai valesse tutto davvero. Basta ascoltare anche alcune intercettazioni che stanno circolando in queste ore, soprattutto tra Giuseppe Poggi e un giornalista di Mediaset o tra l’avvocato Angela Taccia, una giornalista RAI e la cugina di Andrea Sempio, per rendersi conto che chi chiede esami di coscienza a destra e sinistra dovrebbe fermarsi e farselo. O basta anche leggere i commenti ai vari articoli sui social per capire che ormai c’è qualcosa a cui ci siamo arresi tutti: bisogna essere ultras prima che narratori di ciò che vedono.
Non è la solita menata sull’obiettività (che in verità non esiste mai), ma su come ci si approccia, eventualmente, al dovere dell’obiettività, così da avere orecchie che ascoltano e elaborano prima ancora che pensieri già radicati. Vale da una parte. E vale dall’altra. Ecco perché l’intervista a Marco Poggi, ben oltre il pensiero precostituito di ognuno, potrebbe essere una occasione. Per guardare tutto un po’ più da fuori. Per ascoltare quello che avrà da dire – imparato a pappardella o meno, concordato o meno – con un animo differente che renda onore, prima di tutto, alla sorella di quel ragazzo e oggi uomo che comunque - fosse anche tardi, per chissà quale scopo e in terreno non ostile – la faccia ce l’ha messa.
Attenzione, perché è una considerazione anche per altri che potrebbero capire che non è restando nascosti che ci si tutela davvero. Per diciannove anni Marco Poggi è stato il grande assente di una storia che non ha mai smesso di essere raccontata. Hanno parlato gli investigatori. Hanno parlato gli avvocati. Hanno parlato i condannati. Gli innocentisti. I colpevolisti. Gli esperti televisivi, i commentatori dei social e i mitomani. Lui no. E il punto non è soltanto ciò che dirà, ma perché ha deciso di farlo e perché proprio adesso. Ecco, è l’unica vera domanda, oggi, che merita una risposta. Prima di tutte le altre che potremo legittimamente farci da questa sera, dopo che quell’intervista sarà andata in onda. Anche se dovesse rivelarsi solo un miserabile e vuoto tentativo di prendere il controllo della narrazione.