La Procura di Pavia ha fatto la sua mossa: quattro consulenze per chiudere l'inchiesta – non necessariamente entro la fine di settembre - e chiedere il rinvio a giudizio per Andrea Sempio. Quattro carte pesanti e di cui abbiamo già raccontato: le rilevazioni dell'anatomopatologa Cristina Cattaneo sulla larghezza del piede, pensate per dimostrare la compatibilità tra l'impronta a pallini di via Pascoli e le misure dell'indagato; gli accertamenti di Giampaolo Iuliano e Nicola Caprioli destinati a smontare la vecchia certezza processuale sulla scarpa Frau misura 42 finora attribuita ad Alberto Stasi; la relazione del genetista forense Giancarlo Previderè, che riconduce alla linea paterna della famiglia Sempio il DNA trovato sotto le unghie di Chiara Poggi; e infine la perizia psichiatrica del professor Catanesi sulla personalità del 38enne.
La genetista Marina Baldi e il criminologo Armando Palmegiani, consulenti di parte di Sempio, hanno respinto l’annuncio dei colpi. O, quantomeno, hanno cercato di mostrarsi per nulla preoccupati. La dottoressa Baldi, pur prendendo atto del legame genetico sulla linea paterna, bolla il profilo come "parziale", ribadendo di aver "dimostrato con una sufficiente precisione scientifica che quella traccia potrebbe essere lì per contaminazione". Palmegiani, da parte sua, insiste sul dato metrico: le misure della calzatura dell'indagato restano per lui del tutto incompatibili con quelle rilevate sulla scena del delitto.
Una reazione scontata. Che ci sta. Chi bazzica le aule di tribunale sa benissimo che i consulenti di parte sono, appunto, “di parte”. E anche tutte le critiche che si leggono in giro – chiamando in causa anche la giustizia come ideale – francamente suono un po’ di ipocrisia. Su questo passaggio l'analisi più schietta è quella firmata da Umberto Brindani, direttore di Gente. Mettendo a nudo le dinamiche mediatiche attorno al pasticcio di Garlasco, Brindani ha sgombrato il campo dai finti scandalismi sull'operato dei tecnici ingaggiati dalla difesa in un pungo post affidato a Facebook. "Capisco e accetto le tesi di chi è professionalmente schierato con la difesa di Sempio – scrive - Gli avvocati, certamente. Come i consulenti, anche quelli che hanno fatto un’inversione a U rispetto a ciò che avevano dichiarato in passato. Queste persone sposano le posizioni del loro assistito, ed è giusto così, esattamente come fanno i legali di Stasi". Brindani allarga il tiro e ammette di comprendere persino la posizione di esperti come Marzio Capra, che pur essendo consulente della parte civile finisce per muoversi come un uomo della difesa Sempio. Signori, è il codice del processo di parte: ognuno recita il ruolo che gli è stato assegnato.
Il guaio vero, semmai, sta da un'altra parte. La distorsione che inquina il racconto di Garlasco è in chi osserva la storia dall'esterno sbandierando una finta terzietà. È qui che Brindani apre il fuoco su certo giornalismo e certa tv: "Quelli che non capisco – scrive ancora - e mi mandano ai pazzi, sono coloro che non hanno, o non dovrebbero avere, alcun interesse personale o professionale nella vicenda. Giornalisti come me, esperti di varie discipline, opinionisti, ex investigatori. Perché intestardirsi nella negazione al punto di arrampicarsi sugli specchi e rimediare figure barbine? È chiaro che taluni di questi personaggi difendono, più che Sempio, la propria storia e la propria carriera. C’è chi ha scritto libri, chi seguiva il caso nel 2007, chi ha guidato o partecipato alle indagini… Ma, non essendo parti in causa, in nessun caso il proprio passato dovrebbe costituire un ostacolo al ragionamento non pregiudiziale".
Ha ragione: siamo finiti per mettere in scena un assurdo in cui la difesa del proprio trascorso conta più delle evidenze. E, ancora peggio, più dei dubbi. "Come si fa – conclude Brindani - a negare che l’impronta a V assomigli maledettamente alla suola delle Lacoste di Stasi? Come si fa a negare che il brik nella spazzatura è diverso da quelli nel frigorifero? Come si fa a negare che la foto del 3 ottobre mostra una spazzatura diversa dalla foto del 5 dicembre? Come si fa a negare che nella sentenza di Cassazione ci sono errori marchiani, vere e proprie bufale, come le ha definite Cedrangolo?"