Venghino i signori venghino! In Italia, paese del “c’è tempo per tutto”, persino le morti di una mamma e una ragazza di quindici anni devono sottostare a burocrazie e tempi da impiegati statali. Che è successo? Semplice: per capire se e quanta ricina c’era nel sangue di Gianni Di Vita è troppo tardi. Perché quella sostanza svanisce lentamente dal sangue e perché qualcuno ha impiegato più o meno tre mesi a spedire i campioni di sangue del marito di Antonella De Ielsi e padre di Sara Di Vita. Prelevato il 28 dicembre allo Spallanzani, consegnato al centro antiveleni di Pavia il 13 marzo. “La negatività dei campioni biologici riferibili a Gianni Di Vita – spiega in sostanza la Procura di Larino - può ritenersi compatibile sia con l'eventuale assenza della proteina nel sangue al momento del prelievo, sia con la possibile degradazione, anche completa, dell'analita, in ragione del tempo trascorso tra il prelievo e l'esecuzione delle analisi. Le analisi ripetute dei giorni successivi hanno mostrato una marcata diminuzione della concentrazione di ricina. In particolare, nell'arco di 30 giorni può osservarsi una riduzione superiore al 90%”.
Insomma, bisognerà capire se Di Vita s’è a sua volta intossicato, seppur in forma lievissima, con la ricina attraverso esami differenti, perché quei tre mesi passati dal prelievo agli accertamenti del centro antiveleni di Pavia potrebbero aver falsato tutto. Intanto, però, a generare clamore c’è la concentrazione di ricina trovata, invece, in Antonella De Ielsi e in Sara. La relazione del professor Carlo Locatelli, del Centro Antiveleni di Pavia, racconta con il rigore della scienza che mamma e figlia sono state letteralmente rase al suolo da una concentrazione di ricina che definire "impressionante" rischia d’essere poco.
Se il limite della negatività al veleno in vita si attesta sotto i 2,7 nanogrammi per millilitro, Antonella navigava in un mare tossico di 134. E il dato post-mortem, riferito dal Messaggero, è ancora più agghiacciante: la soglia di guardia è fissata a 54, il corpo di Antonella restituiva un valore di 720. Sua figlia, Sara, non era da meno con 630 nanogrammi. Una saturazione tale da rendere quasi superfluo lo screening iniziale su altri 1.240 agenti tossici, tutti risultati assenti. È stata la ricina. Pura. Spietata. Definitiva. E è chiaro, a questo punto, che la posizione dei cinque medici indagati si alleggerisce definitivamente.
L’accusa, per ora, resta omicidio colposo, ma se la ricina non ha antidoto, i medici che potevano fare? Il loro nome, inevitabilmente, sparirà presto dal fascicolo, dove verosimilmente ne sarà scritto almeno un altro (o altri due?) insieme a un capo di imputazione differente, dove la parola “colposo” non ci sarà. La ricina, infatti, deve essere liberata. Deve essere stratta. Deve essere ingerita o respirata. E, quindi, somministrata in forma purificata. Qualcuno ha pensato a tutto questo, anche se l’ipotesi della contaminazione accidentale resta comunque ancora in piedi. Le indagini procedono "a tutto campo", ma è la solita formula che nel vocabolario delle procure significa una cosa sola: si sta scavando nel fango delle relazioni umane.