Non ci si schioda dal cognome “Di Vita”. Quasi che pure parole e significati avessero deciso di mettersi di traverso dentro una storia che tutto sembra tranne che “di Natale”. Di Vita, infatti, è il cognome anche di Laura, cugina di Gianni di Vita, padre di Sara (morta a 15 anni insieme alla mamma Antonella) e di Alice, che nella fatale cena del 23 dicembre era in pizzeria con alcuni amici. Ecco, proprio tra Laura e Alice, secondo quanto raccontano a Pietracatella, c’era (e c’è) un legame speciale: “era come una seconda mamma”, sussurra qualcuno. Che Laura fosse centrale nella vita dei Di Vita è incontrovertibile e anche adesso che la casa di famiglia è sotto sequestro è proprio sotto il tetto di Laura che Gianni e Alice si sono trasferiti.
E’ un dato di fatto incontrovertibile – anche umanamente – che il sospetto sui “rimasti” c’è. Così come è un dato di fatto incontrovertibile che oltre dieci ore di domande fatte in Procura a Larino per padre e figlia non sono il tempo di “normali” SIT e che la doppia convocazione di Laura (l’ultima volta ieri, per quattro ore) lascia supporre che ci siano state tante (probabilmente troppe) contraddizioni da chiarire nelle versioni fornite sui rapporti reali in famiglia, sulla presenza o meno in casa di tutti e su quella cena del 23 dicembre in cui sulla tavola dei Di Vita potrebbe essere finita la pietanza fatale “condita” con la ricina. Solo che, è bene ricordarlo, il dato di fatto più incontrovertibile di tutti è che l’inchiesta che la Procura sta portando avanti è contro ignoti. Non c’è alcun fascicolo con nomi specificati sopra e che, quindi, è ancora – doverosamente – il tempo della prudenza. Il momento peggiore, insomma, per farsi idee e partire con le convinzioni pericolose.
Quelle stesse convinzioni che nel 2007 portarono a definire Alberto Stasi come “il biondino dagli occhi di ghiaccio” con la stesa facilità con cui oggi c’è chi già parla di “angeli della morte di Pietracatella”. La stessa facilità con cui, nei giorni immediatamente successivi alla morte di Antonella e Sara, s’era puntato il dito forcaiolo contro i medici che avevano provato a salvare loro la vita. Senza riuscirci. Ma pure senza colpe. Certo, che su Gianni Di Vita, Alice e la cugina Laura siano doverose le attenzioni degli inquirenti è innegabile, ma i processi mediatici, inevitabili e inostacolabili, sembrano non maturare mai abbastanza – nonostante siano ormai “sport nazionale” – rispetto al rigore che serve in determinate fasi in cui è necessario mantenere tutta la freddezza di cui si è capaci. E magari anche un pizzico in più. Nel caso specifico di Pietracatella, tra l’altro, si sta ancora cercando la certezza assoluta e la prova incontrovertibile che la ricina ci fosse davvero (ma questo ormai sembra assodato) e soprattutto che fosse in una pietanza consumata in casa dalle due donne (la ricina è letale anche se inalata).
In totale, ad oggi, sono oltre quaranta le persone ascoltate dal magistrato che si sta occupando del caso. Nessuno, sicuramente, ha risposto alle domande per così tante ore come Gianni e Alice Di Vita e nessuno, come la cugina Laura, è stato chiamato già per due volte, ma comunque è ancora a tutti gli orizzonti possibili che si fa attenzione. E’ giusto così e dovrebbe essere giusto così anche sul terreno “dell’indagine mediatica”. Magari provando a spostare l’attenzione per il momento su altro. Come, ad esempio, come sia stato possibile che qualcuno sia riuscito a procurarsi la ricina in un paese semisperduto del Molise (con tutto il rispetto). A questo proposito, anche il professor Matteo Bassetti, attraverso i suoi profili social, ha ribadito che quel veleno, anche volendo e avendone le competenze, non si potrebbe mai ottenere fuori da un laboratorio specializzato e altamente attrezzato. Bassetti lo ha detto in un video di circa un minuto pieno di nozioni scientifiche, ma di cui sul piano umano restano come un pugno violentissimo quattro parole: “si muore veramente male”.