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28 maggio 2026

Delitto di Garlasco: davvero dobbiamo prenderci per il cu*o sull’Impronta 33? Tanti pareri, pochi dubbi e una certezza (di cui non si parla abbastanza)

  • di Emanuele Pieroni Emanuele Pieroni

28 maggio 2026

La farsa dell'intonaco buttato riassume il delitto di Garlasco: oggi processiamo i pixel dell'Impronta 33, la traccia più importante. Bagnata e forse pure sporca di sangue (secondo la consulenza Ghizzoni). Quell’orma sul muro che per la Procura inchioda Andrea Sempio e che la difesa ritiene non attribuibile, tra processi già celebrati in tutti i gradi, consulenze e colpi di scena, offre comunque una certezza che a questo punto è granitica: non è di Alberto Stasi, l'unico condannato

Foto di: Ansa

Delitto di Garlasco: davvero dobbiamo prenderci per il cu*o sull’Impronta 33? Tanti pareri, pochi dubbi e  una certezza (di cui non si parla abbastanza)

Intorno al delitto di Garlasco vale tutto. Non lo diciamo da adesso e, probabilmente, lo diremo ancora, soprattutto in questo periodo in cui, inevitabilmente, si finirà per mettere a confronto il lavoro dell’accusa che ha formulato l’incolpazione di Andrea Sempio per l’omicidio di Chiara Poggi e quello fatto dalla difesa e dai vari consulenti nominati in queste settimane. I fatti sono noti: a inchiodare Andrea Sempio non a una responsabilità ma a un probabilissimo rinvio a giudizio ci sono 21 indizi che la difesa del trentottenne di Garlasco vorrebbe smontare uno per uno. Di questi 21, non c’è dubbio alcuno, il più forte è quello relativo all’Impronta 33: la traccia sul muro delle scale di casa Poggi che conducevano in cantina.

Quella mano spalmata sul muro aveva colpito subito l’attenzione dei pur distratti inquirenti del 2007. Fotografa. Rifotografata. Spruzzata con la ninidrina per capire se ci fosse sangue. Insomma, come racconta no anche le testimonianze dell’epoca, in molti avevano capito che quello lì era un segno lasciato dall’assassino di Chiara Poggi. Lo stesso Armando Palmegiani, consulente della difesa di Andrea Sempio, in passato s’era espresso in quella stessa direzione. E, oggi, non smentisce il lavoro già fatto, aggiungendo però che quell’impronta non è attribuibile. Insomma, è dell’assassino, ma non è possibile ricondurla a Andrea Sempio. Questione di minuzie. Questione di protocolli. Questione di dettagli.

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L'Impronta 33 (il colore rosso è dato dalla ninidrina)

Dall’altra parte, ovviamente, c’è la Procura della Repubblica di Pavia, che proprio su quell’impronta33 ha fatto svolgere un lavoro che supera il normale concetto di confronto delle minuzie, per provare a definire una vera e propria firma. Per l’accusa, i dubbi che quella manata lasciata sul muro sia di Andrea Sempio praticamente non ci sono. Conferma quanto concluso dalla Procura su Sempio, invece, il consulente della difesa di Alberto Stasi, Oscar Ghizzoni, che ha comunque firmato una consulenza fatta anche ricorrendo a sofisticatissimi sistemi, secondo cui in quell’orma lasciata sul muro e di cui restano solo foto potrebbe esserci anche qualche traccia di sangue. Tutte risultanze, quelle dell’accusa, quelle della difesa e quelle della parte che assiste Alberto Stasi per la revisione della sentenza di condanna, di cui si parlerà ancora. Probabilmente anche a dibattimento. E, con altrettanta probabilità, pure in una ulteriore perizia che potrebbe essere disposta andando avanti nel procedimento.

Quel reperto era sacro. Così sacro, così decisivo, che a un certo punto è stato buttato. Letteralmente. Sparito il muro, resta la foto. Eppure, anche oggi che processiamo i pixel dell'intonaco scomparso, dopo gradi e gradi di giudizio, una certezza resta: nessuno ha mai attribuito quell’impronta a Alberto Stasi. Se è di Andrea Sempio o no si vedrà e ci sarà modo di capirlo, ma di certo, anche dopo l’ennesimo incrocio di consulenze, si conferma che non è di Alberto Stasi. Non è una certezza da poco. E, anzi, è probabilmente la certezza che, al di là delle teorie espresse da una mamma in una lettera a un’altra mamma, o da una famiglia mentre parlava (intercettata) nella sua casa, è la certezza da cui sono ripartiti Napoleone e Civardi quando si sono messi a lavorare di lena sul delitto di Garlasco. Al di là delle motivazioni supposte di voler agitare l’animo di “fragoline”, “girasugo” e “miserabili”, giusto per usare terminologie da quelli talmente bravi da cercare spiegazioni altrove rispetto alla banalissima evidenza: se la verità non si adatta al condannato, bisogna ricominciare piuttosto che ridipingere di nebbia il muro o perdersi l’intonaco.

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La stratificazione nell'analisi eidomatica della consulenza Ghizzoni

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