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Giù le mani da Alessandro De Giuseppe e da chi ci mette l’anima. Sul delitto di Garlasco, Le Iene, fallibili vs infallibili e il mestiere del raccontare (in questo futuro)

Emanuele Pieroni

27 maggio 2026

Apologia dell'unico giornalismo vero e possibile nel mondo degli algoritmi e del falso moralismo mascherato da pretesa di asetticità, di chi sceglie di buttarsi nel sangue che racconta con il rischio di farsi male. Giù le mani da Alessandro De Giuseppe

Foto di: Ansa

L’odore del fango e del marcio lo senti un po’ sempre, soprattutto se questo lavoro lo fai in Italia. Quello della me*da ti entra nel naso ma a abituartici non ce la fai e ogni tanto vai a respirare altrove. L’odore del sangue, invece, arriva fin dentro il cervello e lì comincia a martellare anche mentre hai spento tutto e ti prepari una roba veloce da mangiare. Vita da cronista e niente di nuovo. Solo che, nell’assurdo clamore che c’è intorno a Garlasco, in pochi si sono accorti che probabilmente ieri sera - con la puntata de Le Iene Inside dedicata proprio all’omicidio di Chiara Poggi - è andato in scena un manifesto rivoluzionario. Che riguarda la nicchia della cronaca, ok. Ma manifesto. E pure rivoluzionario. Perchè risponde all’idiozia strisciante, spacciata per accademia nelle aule dove si pretende di insegnare la vita senza averla mai presa a mozziconi, che vuole il cronista simile a un bisturi. Freddo. Metallico. Disinfettato.

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Ci hanno detto per anni che il dovere supremo sia l’asetticità, come se lo sguardo umano potesse farsi specchio cieco, privo di fondo, capace di raccontare il fango, la merda e il sangue senza trattenerne l’odore. Signori, adesso possiamo dirlo: l’asetticità è l’illusione dei mediocri, il paravento dietro cui si nasconde chi non ha il coraggio di scegliere. Di esporsi. Di rischiare l’errore pur di inseguire un barlume di senso. Oriana Fallaci, che la materia umana la mozzicava con la ferocia e il cinismo dei giusti, lo aveva capito prima di tutti: imporsi la lucidità è l’unico, vero imperativo categorico; pretendere l’indifferenza, invece, è una truffa intellettuale che svilisce la dignità del pensiero. L’essere umano non è un registratore a nastro; possiede quella meravigliosa, e spesso dolorosa, facoltà di discernimento che impone di stare dentro le cose. In barba al distacco borioso del moralista.

La conferma di questa verità, che è prima di tutto istanza etica, è arrivata con la puntata di Le Iene Inside di ieri sera. Chi si aspettava il colpo di teatro, lo scoop dell’ultima, la risposta a sette domande è rimasto deluso, intrappolato nella propria stessa superficialità. La grande sintesi andata in onda non cercava la rivelazione sensazionale, ma faceva qualcosa di infinitamente più nobile e, per certi versi, rivoluzionario: mostrava l’anima. Quella che Alessandro De Giuseppe e il gruppo di lavoro dietro questo racconto hanno consumato in ogni angolo della Lomellina per oltre un decennio. Trasformando una inchiesta in un corpo a corpo con la realtà. In un combattimento dell’anima con il fango, la merda e il sangue.

Dieci anni di scarpe consumate. Di faldoni sfogliati. Di chilometri macinati per andare a cercare lo sguardo di chi, per paura o per calcolo, aveva scelto il silenzio. Dicono che così non è giornalismo. Invece è l’unico giornalismo possibile in questo futuro che è già arrivato e in cui le emozioni e l’esercizio nobilissimo del pensiero possono essere l’unica risposta agli algoritimi. Insomma: la fallibilità che si contrappone all’infallibilità. Corpi che si fanno medium del racconto, accettando il rischio del fango, della merda, del sangue, dell’errore. E persino della ferita personale. Oltre il farsi male. Chi indaga, chi cerca, chi scava alla fine matura delle convinzioni. Negarlo in nome di un’obiettività di facciata sarebbe stata la vera disonestà. La svolta linguistica e morale sta proprio qui: avere il coraggio civile di mostrare le proprie idee, di dichiararle come tali, senza spacciarle per dogmi, ma offrendole al pubblico come il risultato onesto di una fatica durata anni.

Alberto Stasi

Viene in mente, per comprendere la solitudine e il peso di questo scavare ostinato e pervasivo, l'Agamennone di Eschilo, in quella frase che è come una RedBull da leggere quando non ne puoi più e che racconta di "Colui che instradò i mortali a essere saggi, che pose come legge sovrana il sapere attraverso il difficile". È il pàthei màthos: chi pretende di raccontare un mistero drammatico restandone immune, senza pagare il prezzo del coinvolgimento e del tormento intellettuale, non troverà mai alcun sapere. Rimarrà un burocrate della parola.
Fermarsi alla superficie della verità giudiziaria, stare sul punto fermo messo da una sentenza, avrebbe significato rinunciare in partenza a cercare l'insperabile. Accontentarsi del “biondino con gli occhi di ghiaccio”, senza andare a guardare quanto caldo c’è dietro quel ghiaccio che ghiaccio non era. Sì, per capire cosa è stata la puntata di Le Iene Inside di ieri sera, bisogna fare un piccolo sforzo: spostare inevitabilmente il focus da Andrea Sempio o da altre ipotesi investigative per posarsi sulla carne viva di una detenzione che dura da oltre undici anni. Quella di Alberto Stasi rimane l’esito di un teorema che definire temerario è un esercizio di spietato eufemismo; una condanna che somiglia sinistramente a certe querele. È di Alberto Stasi, di una condanna e di uomini, (dell'amicizia tra un detenuto che ha la libertà di restare garbato anche quando potrebbe urlare e un libero che ammette la prigionia di ciò che non si può sempre dire), non del delitto di Garlasco, che s’è parlato ieri sera in quella puntata che è manifesto e rivoluzione. Chi non l’ha capito può leggere quei sedicenti mostri sacri che adesso scrivono di Garlasco dopo essersene fregati. O, al limite, può querelare un po’ chiunque.

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