La difesa di Andrea Sempio prova l’all in: controconsulenze come se piovessero e niente interrogatorio. Ci sta, la procedura lo prevede e, tutto sommato, in questa fase è anche una strategia condivisibile se ci si mette nei panni di chi, appunto, deve difendere. E, soprattutto, se si tiene conto di una back road in cui Andrea Sempio s’è sempre rifiutato di comparire davanti agli inquirenti e, quando lo ha fatto, s’è avvalso della facoltà di non rispondere. Provare a smontare l’accusa, adesso, è la strada. Sicuramente la più logica, anche se la meno opportuna per quanto riguarda l’aspect relativo al processo mediatico e la percezione che si lascia passare. I processi, però, si fanno nelle aule e non tenerne conto è perdere di vista ogni legame con la realtà. Una realtà che è comunque fatta, almeno in questa fase, di scienza tirata da tutte le parti. Il DNA che non è DNA, l’impronta che non è una impronta. E, in ultimo, l’orma che non è orma. Tutto messo nero su bianco da una pletora di consulenti chiamata a smontare l’accusa.
Risultato? Tra la scienza tirata e le narrazioni che si fanno, non ci si capisce più un caz*o di niente. Perché diventa vero tutto e il contrario di tutto. E persino una strategia difensiva, che sembrava definita e dritta, deroga a se stessa, ad esempio, sul profilo psicologico. Una consulenza sul profilo psicologico fatta dai Carabinieri del Racis e che la difesa di Sempio ribadisce avere valore zero, salvo poi commissionare una controconsulenza chiusa in un mezzo pomeriggio romano che oggi scopriamo non sarà presentata. Difficile da capire, ma ci sta tutto sommato anche questo. Così come è logico che potrà starci il tira e molla sull’impronta 33, l’indizio in assoluto più pesante e difficile da smontare per Andrea Sempio, e sui soliloqui, sia relativamente ai contenuti (commentava podcast o confessava), sia al livello tecnico (quegli audio si sentono veramente o si prestano a suggestioni?). Quello che invece ci rimane difficile da mettere in attesa con un “ci sta” è il gran parlare che si fa sull’orma del piede. Con la Procura della Repubblica di Pavia che, in base alla consulenza della professoressa Cattaneo, ha accertato che la misura del piede di Andrea Sempio è compatibile con quello di un’orma di scarpa di misura 42 e la difesa che, invece, risponde spiegando che no, il piede di Sempio ha altre misure. Insomma, anche i numeri ormai valgono niente. Tanto che su MOW ci siamo detti “basta, chiamiamo un podologo e proviamo a capire”. È esattamente quello che abbiamo fatto. Finendo per rompere le scatole al dottor Cesare Panseri.
“Sì, un piede cambia dimensioni nel tempo – ci spiega – ma detta così è un po’ troppo semplicistica. Un osso non si allunga, quindi è chiaro che la lunghezza del piede resta sostanzialmente la stessa dopo i 19 anni. Può esserci qualche cambiamento magari dovuto al movimento delle dita, ma parliamo di un nulla. Il discorso, invece, è sostanzialmente diverso se parliamo di larghezza del piede. Sulla larghezza i cambiamenti possono essere anche molto significativi. Insomma: cambiano tutti quei rapporti che sono legati ai compensi perché la meccanica che si sviluppa dai 19 anni se non corretta crea dei compensi anche se l’accrescimento osseo è completato”. Inevitabilmente, quindi, non è sempre la misura a cambiare, ma la calzata e questo può far sì che nel corso della vita ci si ritrovi anche con un diverso numero di scarpe. “Un piede – spiega ancora il dottor Panseri - non può diventare più lungo, ma semplicemente possono crearsi delle deformità per le quali una persona può prendere una scarpa più lunga, cioè un numero in più o dei numeri in più. Tutto lì. Poi io non sono al dentro delle vicende di Garlasco e quindi il mio è un discorso generale e non riferito al caso specifico”.
La risposta generale, però sembra valere anche per il caso specifico. E, anzi, spiega perché sul tavolo della Procura di Pavia sono arrivate consulenze così diverse anche se il piede preso in esame è lo stesso. Con il dottor Panseri che, però, ci tiene a precisare ancora. “Anche un importante cambio di peso determina una forma differente del piede. E, di conseguenza, anche una impronta differente da parte della stessa persona se prima pesava settanta kg e oggi ne pesa novanta. Nessuno di noi, a distanza di anni, lascia la stessa identica impronta del piede. Non sono un podologo forense e non voglio addentrarmi troppo, ma oggi ci sono strumenti e studi che consentono comunque anche di ricostruire in maniera precisa la storia della forma di un piede. Quindi, paradossalmente, non è così assurdo pensare che dalla forma di un piede di oggi e dalla sua impronta si possa risalire alla forma che aveva venti anni fa e quindi anche all’impronta che avrebbe lasciato”.