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7 aprile 2026

Mamma e figlia avvelenate a Natale: “Ora mi spiego molte cose”. La ricina ha “ingannato” anche il rianimatore

  • di Emanuele Pieroni Emanuele Pieroni

7 aprile 2026

Ora si cerca un assassino, o gli assassini, ma fino a poche settimane fa gli occhi di tutti sono stati puntati sui medici “che avevano sbagliato”. No, non avevamo sbagliato, non potevano capire e, anche se avessero capito, avrebbero potuto fare nulla. Il racconto di Vincenzo Cuzzone, il rianimatore che ha provato a salvare Antonella Di Ielsi e sua figlia quindicenne Sara di Vita, ci ricorda che pure il giudizio è un veleno come la ricina…

Foto di: ANSA

Mamma e figlia avvelenate a Natale: “Ora mi spiego molte cose”. La ricina ha “ingannato” anche il rianimatore

Il cuore non ripartiva. Vincenzo Cuzzone, 43 anni, camice bianco e sguardo abituato a decifrare il confine labile tra la vita e il nulla, quel battito lo ha cercato in tutti i modi possibili, anche se pure la medicina, nel silenzio della sala del Cardarelli di Campobasso, si è scoperta ingannabile. Non dall’incompetenza questa volta. E nemmeno dalla sciatteria come s’era penato. Ma dalla ricina, così spietata e pure così impensabile. Cuzzone dirige la Rianimazione del Cardarelli di Campobasso e il Corriere del Mezzogiorno ha parlato con lui, l’ultimo che s’è trovato davanti al corpo di Sara Di Vita, 15 anni, e poi a quello di sua madre Antonella Di Ielsi, 50. E’ un medico che “ha perso” e in quell’intervista si percepisce tutto il rammarico di un uomo che si chiede cosa avrebbe potuto fare ancora per arrivare a capire che nel sangue di quella mamma e di quella figlia circolava ricina, ma pure tutta la consapevolezza di un medico che sa benissimo che comunque avrebbe potuto fare niente lo stesso.

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Il funerale di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita Ansa

“Perché il cuore non riparte?” - è questa la domanda, ossessiva e sincopata, che ha martellato la testa di Cuzzone. Non c’era l’evidenza di un trauma, non c’erano i sintomi di un’infezione, ma “solo” un’insufficienza multiorgano che divorava i tessuti con una velocità predatoria, fuori da ogni schema abituale. Oggi sappiamo che il nome di quell’inganno è ricina. Oggi sappiamo che c’è un’indagine in corso che potrebbe portare, prestissimo, a una persona indagata. Ma, intanto, c’è un uomo che racconta quello che ha potuto fare e pure quello che l’inganno della ricina non gli ha permesso di fare.

“Ora mi spiego molte cose - ammette Cuzzone - Non c’è stata alcuna risposta dell’organismo alle manovre. È questo che ha reso tutto così drammatico”. In quel "molte cose" c'è tutto il peso di un'indagine interiore che è durata mesi. Il rianimatore è un uomo addestrato a trattare l’estremo, ma sempre cose, fatti o accadimenti che, per quanto catastrofici, offrono un perimetro d'azione, una battaglia possibile, una qualche arma da impugnare e opporre. La ricina, invece, no. Perché non è intuitiva. E poi pure perché non ha un vero antidoto. Cuzzone si è sentito impotente due volte: lì, nei momenti in cui ha visto quelle due vite andare via, e adesso che tutto si fa chiaro.
L'aspetto più atroce è la sovrapponibilità dei quadri clinici. Una specularità perfetta tra madre e figlia su cui Cuzzone torna continuamente, mostrando il rammarico profondo di un professionista che vive il fallimento come una cosa personale. La scelta di trasferire il padre allo Spallanzani, per quello che lui definisce "eccesso di zelo", è stato l'unico atto di controllo possibile in un mare di incertezza: un gesto di protezione prima ancora che medico.
Sapere che almeno uno si è salvato. Sapere che non c’era nulla da fare, che la dose letale era stata superata e che la medicina non possedeva scudi contro quel veleno rarissimo, consola solo in parte. Ok, l'errore non era suo e finisce un incubo anche giudiziario per tutti i medici che hanno avuto in cura le due donne in quella maledetta sera di quasi Natale, ma resta l’umana domanda anche sulla consapevolezza che c’è un assassino in giro, anche se la medicina deve solo spiegarsi i “come”.

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  • Omicidio
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Foto di:

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