Molte sono le cose incredibili, ma nessuna è più incredibile dell'uomo. Che c’entrano Sofocle e l’Antigone con Giuseppe Brindisi, Alberto Stasi e il delitto di Garlasco? Mettiamola così: è un richiamo al teatro. Quello classico da una parte e, dall’altra, quello modernissimo in cui sul palco si portano le tragedie vere, come la morte di Chiara Poggi. Non per spettacolarizzare, ma per approfondire quell’aspetto che inevitabilmente rimane indietro nelle aule di giustizia e, purtroppo, pure nelle narrazioni più o meno rigorose della cronoca e più o meno fantasiose degli approfondimenti: l’umanità. L’uomo che c’è dentro, in questo caso, è Alberto Stasi. Che dentro ci sta anche in senso letterale. Ma potremmo essere tutti.
Ecco, “potresti essere tu” è esattamente il titolo che Giuseppe Brindisi, giornalista e conduttore Mediaset, ha scelto di portare sul palco per la prima volta giovedì prossimo a Napoli, al Teatro Diana e poi, a giugno, all’Arcimboldi di Milano. Con Brindisi si alterneranno gli avvocati di Alberto Stasi, Antonio De Rensis e Giada Bocellari (quest’ultima potrebbe essere solo a Milano), il direttore di Gente, Umberto Brindani, e “la iena” Alessandro De Giuseppe. Ma attenzione, non sarà una arringa difensiva portata a teatro. Anzi. Le anticipazioni riferiscono di una via di mezzo tra un monologo e un talk in cui Brindisi sale sul palco con il ruolo del “dubbio”. Quel dubbio ragionevole oltre cui ogni definitività dovrebbe andare e che, invece, la sentenza di condanna di Alberto Stasi sembra aver lasciato lì: in sette cardini che sono a fondamento di sedici anni di prigione, ma che traballano.
Sette punti da analizzare. Da raccontare. Sopra a cui riflettere. Ma muovendo, appunto, dal punto di vista dell’umano. Di quel “Alberto Stasi persona” che – al di là di come ognuno può pensarla e dell’idea che ognuno può essersi fatta – sembra essere rimasto l’unico capace di dignità, rigore e rispetto intorno a tutto il gran parlare che si fa sul delitto di Garlasco. Quasi un’indagine, quindi, sull’animo rispetto a ciò che si ritiene una ingiustizia subita. Ma pure rispetto alla capacità di metabolizzarla. Alberto Stasi vede la libertà degli altri, sente l’odore di una verità, la sua, che lui può ritenere marcita, eppure combatte con le uniche armi che gli sono consentite. Da dentro le regole. E, al limite, resta fermo davanti a quel Leviatano talvolta cieco che chiamiamo Giustizia, che con lui - che ha sempre ribadito di essere innocente e che ha continuato a affermarlo anche quando, ormai, il grosso della condanna è scontato e la libertà è comunque a un passo - ha sbagliato mira e lo ha trafitto. In “potresti essere tu” è proprio di trasmutazione che si parla, al di là di Garlasco o comunque con Garlasco come paradigma. Costruire qualcosa mentre si è schiacciati dal peso di un torto, sfidando l'entropia morale e lo schieramento di comodo senza andare a conoscere in fondo le cose. In questo caso una sentenza. Decidendo che il male che si ritiene ricevuto non diventerà la misura del proprio agire. Ma, al limite, una storia da raccontare. Anche a teatro.
Come già per l’Antigone, insomma, ma questa volta con la storia vera di Alberto Stasi e di quanto possono essere “incredibili” gli uomini, laddove quel “deinòs” che traduciamo, appunto, con “incredibili”, può significare anche terribile. Potente. Inquietante. Comune. Comune come qualcosa che porta a dire “potresti essere tu”: incredibile perché capace di restare integro anche quando tutto intorno sembra incredibilmente assurdo, abitando le ferite come qualcosa che permette comunque di guardare oltre. Come, insomma, la feritoia di una cella in cui ci si ritrova per effetto di una sentenza che merita di essere illustrata col filtro dell’umanità prima che capita, sposata o combattuta e accettata o contestata. E magari sorpassata senza muoversi dallepoltroncine di un teatro.