Spasmi incoercibili, leggerezze inspiegabili e, ora, pure il concreto sospetto che non è stato un tragico incidente a Natale. Antonella Di Jelsi, cinquant'anni, e sua figlia Sara, appena quindici, non sono morte per un’ingestione di funghi andati a male o per un’epatite fulminante. La tragedia di Pietracatella non è stata colpa del baccalà e nemmeno di un errore medico, nonostante cinque camici bianchi siano finiti nel tritacarne giudiziario e mediatico per tre mesi. La verità che emerge dai laboratori di Pavia, della Svizzera e degli Stati Uniti è molto più cupa: è stato un omicidio premeditato. Un'esecuzione servita su un piatto delle feste.
Nel sangue delle due donne, infatti, è stata isolata la ricina. Non è un veleno comune anche se naturale, perché per estrarlo dalla piante del ricino servono competenze o, per procurarselo, servono conoscenze. Zero odore. Zero sapore. Entra nel corpo e manda tutto in cortocircuito bloccando la sintesi proteica. Resta da capire come sia entrato nel corpo di Antonella e Sara. Quando e in cosa.. Sara è morta per prima, in poche ore. La madre l’ ha seguita poco dopo.
La Procura di Larino ha quindi aperto un fascicolo per duplice omicidio premeditato. Che poteva essere triplice, visto che il marito della donna e padre della ragazza, Gianni Di Vita, ex sindaco e uomo di peso del PD locale, ha sfiorato la morte finendo allo Spallanzani (l'altra figlia a tavola non c'era). La casa è ancora sotto sequestro. Gli investigatori cercano residui, microtracce, qualsiasi cosa possa dire dove la ricina è stata versata. Piatti, bicchieri, superfici. Ogni oggetto può conservarne tracce. Intanto cambia anche il fronte giudiziario: l’ipotesi di colpa medica, che aveva coinvolto cinque dottori, si sgonfia. L’errore, se c’è stato, è a monte. I medici avrebbero potuto solo sostenere, rallentare, tentare. Ma, certo, avrebbero dovuto prima “riconoscere” e “intuire” ciò che oggettivamente era difficile da andare a pensare, visto che i primi sintomi di un avvelenamento da ricina sono sostanzialmente gli stessi di una banalissima gastroenterite.
Chi voleva sterminare i Di Vita? E come faceva a sapere che non ci sarebbe stato antidoto e che la ricina è difficile da tracciare se non cercata specificamente? Chi odiava così tanto una "famiglia perbene" da pianificare un omicidio chimico? Gli investigatori scavano nei rapporti, nei dissapori, nei segreti di una comunità – e forse di una famiglia – in cui potrebbe nascondersi un assassino. Ora si cerca una mano invece del batterio che s’è cercato nell’immediatezza dei fatti.