Sembra un'azione da Playstation, fatta da squadra ricca di talento e abituata a giocare così da una vita. Il gol con il quale il Giappone ha sconfitto l'Inghilterra a Wembley si può riassumere in quattro frame. Il primo: Kaoru Mitoma, talentuosa ala sinistra del Brighton, ruba il pallone alla stella del Chelsea, Cole Palmer, sulla propria trequarti. Il secondo: lo stesso Mitoma chiede e ottiene un rapido uno-due nello stretto a Ritsu Doan, centrocampista dell'Eintracht Francoforte. Il terzo: ancora Mitoma si invola per vie centrali, palla al piede, nella metà campo inglese, per poi aprire in due la difesa rivale con un filtrante per Keito Nakamura, puntuale in appoggio sulla fascia sinistra. Il quarto: Nakamura mette in mezzo un rasoterra al bacio per il tiro al volo di Mitoma che batte Pickford per il clamoroso 1-0 che condanna i Tre Leoni al ko nel loro stadio leggendario. Certo, Inghilterra-Giappone era una partita amichevole ma, mentre l'Italia a Zenica veniva schiacciata dalla Bosnia, i Blue Samurai del ct Hajime Moriyasu schiantavano un'altra Nazionale europea sulla carta molto più forte di loro, dando così continuità a un eccellente percorso di crescita. E attenzione, adesso, ai prossimi Mondiali. Perché il Giappone, a differenza nostra, è qualificato. E ha buone chance di essere la classica outsider del torneo...
A livello di qualità non stiamo ovviamente parlando del Brasile, che pure il Giappone ha sconfitto in amichevole pochi mesi fa per 3-2, così come Spagna e Germania, schiantate ai precedenti Mondiali nella fase a gironi. La selezione giapponese è però diventata una compagine internazionale, che sa giocare a pallone (e pure bene) e super organizzata. Guardare una partita dei ragazzi di Moriyasu dà l'impressione di vedere una Toyota o una Honda su strada: auto che nell'opinione pubblica hanno forse meno eleganza e lusso rispetto alle più ruspanti Mercedes, Bmw e Audi, ma che alla fine sono capaci di farsi valere grazie a un concentrato di efficacia, ottime prestazioni, minimalismo e costi ridotti. A proposito di costi: la rosa del Giappone, secondo Transfermarkt, ha un valore di mercato di poco più di 264 milioni di euro (meno dei 774 e passa milioni del Brasile, degli 1,3 miliardi della Spagna e degli 833 milioni dell'Italia). Nessuno chiede quindi a Moriyasu di vincere il Mondiale, ma il duro lavoro, a quanto pare, sta trasformando una squadra interessante in una Nazionale di tutto rispetto. Il percorso di crescita dei Blue Samurai è iniziato nel 2018, da quando cioè Moriyasu, un ct che durante ogni partita prende un sacco di appunti vecchia maniera (carta e penna), è stato chiamato a sostituire il dimissionario Akira Nishino. Ai Mondiali 2022, come detto, i giapponesi impressionarono superando, da leader, un girone formato da Spagna, Germania e Costa Rica (battendo sia i tedeschi che gli spagnoli), per poi fermarsi agli ottavi, ai rigori, contro la Croazia. In Coppa d'Asia, forse, il Giappone ha raccolto meno di quanto ci si potesse aspettare (nel 2023 è stato eliminato ai quarti dall'Iran, nel 2019 ha perso in finale contro il Qatar), ma la sensazione è che a livello globale il movimento calcistico nipponico stia comunque crescendo a dismisura.
Le ultime gare ufficiali giocate dal Giappone, tra amichevoli e non, comprendono vittorie prestigiose contro Inghilterra, Scozia, Ghana, Bolivia, Brasile, Turchia e Germania. Nakamura e Nakata appartengono al passato, così come Kagawa e Honda. Oggi le star della nazionale giapponese si chiamano Sano (Nec, massimo campionato olandese), Watanabe (Feyenord), Ito (Bayern Monaco), Tanaka (Leeds United), Kamada (Crystal Palace, una meteora alla Lazio), Maeda (Celtic), Doan (Eintracht), Suzuki (portiere del Parma), ma soprattutto Mitoma (Brighton). Da dove sono arrivati? Il calcio giapponese ha costruito la propria crescita con un approccio silenzioso ma estremamente strutturato, puntando su sviluppo a lungo termine, settore giovanile e integrazione tra campionato domestico e esperienza europea. La J.League, nata negli anni ’90, è oggi una base solida che forma talenti esportati nei principali campionati europei, contribuendo a una nazionale sempre più competitiva e disciplinata. Parallelamente, il sistema include accademie, scuole e programmi di transizione che garantiscono continuità nella crescita dei giocatori (l'Italia prenda nota). I risultati si notano sul campo ma anche con l'aumento esponenziale di calciatori giapponesi all'estero, ormai oltre quota 100. Questo successo è rafforzato anche da un'evoluzione sociale: una squadra sempre più multiculturale, con giocatori “haafu” simbolo di una società in cambiamento, seppur non priva di difficoltà legate a discriminazioni. L'accessibilità del calcio rispetto ad altri sport ha inoltre favorito questa inclusione. Il successo internazionale sta alimentando così un circolo virtuoso, attirando investimenti e opportunità. Anche se, va de tto, resta un divario economico con i top club europei. Almeno per il momento.