L’aula del Tribunale di Rimini come il proscenio di un’eviscerazione psicologica che dura otto ore. Louis Dassilva, il gendarme senegalese dal passato di torture in Libia, a pochi metri dal pm Daniele Paci, chiede il "tu". Un tentativo di accorciare le distanze anche sul piano emotivo, magari un modo inconscio de-istituzionalizzare un interrogatorio che potrà costargli il futuro da uomo libero o da uomo condannato. Quel “tu”, il magistrato, algido e chirurgico, non glielo ha concesso se non come strumento per lasciarlo parlare. E Louis ha parla. Forse anche troppo per non finire spesso in contraddizione. Imbarazzo? Mai, anche se il centro gravitazionale di questa deposizione è stato il sesso, nonostante una persona morta ammazzata.
Un sesso spogliato di ogni romanticismo, ridotto a palliativo per la noia. Dassilva liquida Manuela Bianchi, nuora della vittima Pierina Paganelli, con brutalità: “Della relazione con lei mi interessava il 99% il sesso. Avevo una lista di amanti, lei era una delle tante”. Le intercettazioni però riferiscono il contrario: "Sei il mio grande amore, scappa da tutto". In aula, Louis si rifugia in una dissociazione cognitiva quasi infantile: “Forse ho sbagliato ad andare con altre donne, ma io amo mia moglie Valeria Bartolucci”. Un amore, quello per la Bartolucci, che somiglia più a un porto sicuro, a un alibi vivente che lo protegge. Esponendosi a sua volta a rischi grossi.
Dassilva in aula ha anche ammesso di aver toccato il corpo di Pierina in quel maledetto 4 ottobre, "per capire se fosse viva". Un dettaglio, però, lo pone oggettivamente in una prossimità fisica pericolosissima col delitto. Ma le crepe strutturali sono anche altre. Ha detto di essere sceso in ascensore, ma i testimoni lo hanno visto scalzo sulle scale. Ha detto di non aver citofonato a Pierina in un vecchio verbale, ma oggi ha sostenuto di sì, arrampicandosi su un "come no?". E’ un uomo abituato a sopravvivere in contesti ostili e si vede. Anche nei continui tentativi di spostare l’attenzione lontano da se stesso: “Andavo a letto con Manuela per tenerla buona. Temevo mi volesse incastrare”.
Paci lo ha incalzato, ha alzato la voce nel tentativo di farlo cadere. Dassilva è apparso disorientato solo per un attimo, prima di riprendere a sminuire quella relazione che, per l'accusa, è stata la miccia di tutto. Otto ore di torchio piene anche di "non ricordo" e pure dei dettagli scabrosi di un ménage che è diventato di dominio pubblico nel giorno stesso in cui s’è trasformato in “possibile movente”. Tutto qui? No, il 13 aprile si tornerà in aula.