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1 aprile 2026

Strage di Erba, che succede adesso? Stesse ombre di Garlasco: l’ex pm chiede “un processo giusto”

  • di Emanuele Pieroni Emanuele Pieroni

1 aprile 2026

Nuovi interrogativi sulla Strage di Erba: l’ex magistrato Tarfusser chiede di fare chiarezza su quella che è stata una corrida giudiziaria e che, come Garlasco, è la prova che tutto può essere vero tutto e il contrario di tutto
Strage di Erba, che succede adesso? Stesse ombre di Garlasco: l’ex pm chiede “un processo giusto”

Erba è come Garlasco: una cancrena giudiziaria. Qualcosa che continua a far sentire l’odore del marcio anche dopo una condanna definitiva quanto un’amputazione. Undici dicembre duemilaenove: quattro morti, un bambino di due anni sgozzato, una scia di sangue che è arrivata fino all’ergastolo definitivo per Olindo Romano e Rosa Bazzi. Nel silenzio della pensione, però, c’è chi non riesce a chiudere il faldone. E forse neanche a dormire tranquillo come dormono tranquilli tutti quelli che sanno che tutta la verità è venuta fuori. Cuno Tarfusser, l’ex sostituto procuratore generale di Milano, non sembra uno che cerca la ribalta facile, ma è tornato a chiedere di vederci chiaro sulle prime indagini rispetto a quella strage e, soprattutto, sulle conclusioni a cui si è arrivati. Una revisione è già stata respinta a Brescia, ma Tarfusser ha deciso di depositare un esposto alla Procura di Bolzano.

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L'ex pm Tarfusser ANSA

Nessuna difesa d’ufficio dei coniugi Romano, sia chiaro, ma un clamoroso atto d’accusa contro il metodo. “Io non dico che siano innocenti – ha detto al Tg1 – ma che devono avere un processo giusto. Già quello di primo grado assomigliava a una corrida”. Una corrida: praticamente uno show dove chi è narrato come feroce è preda di chi è narrato come eroe e invece è carnefice. Il solito sangue. La solita sabbia che, come a Garlasco, è stata spalata sopra la logica fino a seppellirla. Sacrificandola sull’altare della rapidità, del mostro da sbattere in prima pagina e di inquirenti e consulenti a caccia di prime pagine più che di verità.

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Luciano Gallorini ANSA

Tarfusser insiste su tre grandi ombre: le confessioni, la macchia di sangue sull’auto di Olindo e, soprattutto, la memoria di Mario Frigerio. Il supertestimone, l’unico scampato al macello, prima di morire era diventato il sigillo della colpevolezza dei vicini di casa. Ma per l’ex magistrato, quel ricordo potrebbe essere stato "ispirato" in una stanza d’ospedale. Frigerio parlava di un uomo dalla carnagione olivastra, uno sconosciuto, un’ombra che non aveva il volto del netturbino di Erba. Poi l’incontro con il luogotenente Gallorini. Un dialogo, una suggestione, e l’olivastro diventa Olindo. Per Tarfusser, Frigerio è stato indotto a ricordare esattamente ciò che serviva agli inquirenti.
C’è poi il capitolo delle confessioni, quel coro a due voci di Olindo e Rosa che per la difesa è sempre stato un delirio di coppia indotto da pressioni psicologiche insostenibili per due persone così semplici. L’esposto punta il dito proprio lì: presunte manovre dei carabinieri per estorcere un’ammissione di colpa a due soggetti fragili, chiusi in una morsa di sottovalutazioni macroscopiche degli elementi a loro favore.

Adesso la palla passa a Bolzano, con la prospettiva che l’incartamento finisca a Roma o Venezia se dovessero emergere ipotesi di reato a carico anche dei magistrati. Ora è a tutti gli effetti una guerra tra toghe. Tarfusser chiede di vederci chiaro su chi doveva vederci chiaro e non l’ha fatto, o ha preferito non farlo. La verità è altrove rispetto a dove ci hanno raccontato? Garlasco è la prova attualissima che può essere vero tutto, il contrario di tutto e pure l’impensabile.

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