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7 aprile 2026

L’uguaglianza è disumana e l’istruzione obbligatoria è autoritaria. Per la prima volta in Italia la lezione di M. N. Rothbard su “I danni della scuola di Stato” (Liberilibri editore)

  • di Riccardo Canaletti Riccardo Canaletti

7 aprile 2026

Un libro, una tesi radicale ed estrema e l’acqua ghiaccia in faccia agli intellettuali italiani. Tutti parlano di scuola, ma nessuno affronta il problema centrale del sistema moderno: l’obbligo di istruzione, in mano allo Stato. Murray N. Rothbard lo capì trent’anni fa e scrisse un saggio che per la prima volta con Liberilibri arriva in Italia, a cento anni dalla nascita
L’uguaglianza è disumana e l’istruzione obbligatoria è autoritaria. Per la prima volta in Italia la lezione di M. N. Rothbard su “I danni della scuola di Stato” (Liberilibri editore)

Questa è forse la frase più fuorimoda che sentirete, la più scorretta, quella che suona più inaccettabile, meno docile, più ferina. “È evidente che l’entusiasmo comune per l’uguaglianza è fondamentalmente antiumano”. 

Nei libri di Murray Newton Rothbard troverete solo frasi come queste, espresse con chiarezza di stile e in modo molto diretto. Questa e altre opinioni, in particolare, le trovate in un libro che per la prima volta arriva in Italia, I danni della scuola di Stato (Liberilibri, 2026), che chi sta scrivendo questo articolo ha curato e tradotto e che uscirà ufficialmente il 9 aprile. 

Vale la pena di spiegare perché, allora, un editore e un giornalista (quasi l’inizio di una barzelletta?) abbiano scelto di credere in un saggio profondamente controcorrente, al punto da far storcere il naso pressoché a chiunque, da destra a sinistra, visto che in Italia sia la destra che la sinistra sono “sociali” (e cioè socialiste), figlie del fascismo e del rimorso della sinistra per non aver fatto all’Italia ciò che fece Mussolini. 

Il libro è un saggio diviso in due parti, una teorica e una basata su alcuni casi studio (tra cui quello italiano), in cui il padre dell’anarcocapitalismo affronta un problema centrale nelle società moderne: l’istruzione obbligatoria. Quanto questo tema sia centrale è evidente dalle continue discussioni che si fanno sui giornali e in tv: il telefonino sì o no, la didattica a distanza, i progetti inclusivi, i laboratori, i metodi di insegnamento diversi, i programmi scolastici, e così via. 

Rothbard capì, tuttavia, che il problema era ben più profondo e fondamentale, arrivando a toccare il modello stesso di istruzione di Stato. In breve, nessuno di questi dibattiti scalfisce minimamente la malattia mortale della società moderna e cioè il conformismo e l’omologazione da cui passa il controllo da parte dello Stato delle menti dei cittadini. 

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Possono sembrare espressioni da romanzo e vagamente distopiche, invece è la realtà. Tutti concordano sull’importanza dell’educazione formale, cioè dell’istruzione. Non possiamo imparare soltanto attraverso l’esperienza. Non possiamo imparare, per esempio, a sommare dei numeri facendo una gita in un bosco, e non possiamo capire come coniugare un verbo nuotando. È necessario, dunque, che qualcuno aiuti il bambino a esprimere al meglio le proprie capacità. Sarebbe questo il compito della scuola.

Tuttavia i critici di sinistra sostengono che la scuola stia producendo risultati ridicoli. I motivi sono i più vari: modelli di insegnamento autoritari e antiquati, tagli ai finanziamenti pubblici, la concorrenza sleale di scuole paritarie (per i primi anni dell’infanzia) e poi delle università telematiche private. Vorrebbero, cioè, che la scuola pubblica e dell’obbligo venisse, sì, riformata, ma per rafforzarla.

Tale è il livello l’impegno culturale a favore della scuola pubblica che il rettore dell’Università per stranieri Tomaso Montanari ha pubblicato di recente un libro dedicato proprio a questo e uscito per Einaudi, una delle maggiori case editrici italiane: Libera università, titolo quantomai paradossale dal momento che, logicamente, l’unica cosa da cui l’università, e ogni scuola di ordine e grado, potrebbe liberarsi è proprio la dipendenza statale. 

In Italia, infatti, non esiste altro potere reale, diretto, inattaccabile, assoluto sull’istruzione che non sia quello dello Stato. Lo Stato sceglie i programmi, gli obiettivi, i sistemi di valutazione, i fondi, i professori, l’età minima che bisogna raggiungere per ottemperare all’obbligo scolastico (16 anni) e così via. 

Non esiste entità che abbia sulla scuola più potere di quanto ne abbia lo Stato. Le multinazionali, i finanziatori esterni e così via non sono che la pura periferia di un sistema totalmente centralizzato, lo stesso sistema che gli intellettuali tendono a non attaccare, dal momento che è quello stesso sistema la “camera di sviluppo”, l’utero artificiale in cui le menti dei nostri filosofi si formano. 

Uso non a caso il concetto di “utero artificiale” o “camera di sviluppo”, perché, ed è questo che capirete leggendo il saggio di Rothbard, bisogna capire innanzitutto che l’istruzione obbligatoria, l’educazione civilista e socialista e la standardizzazione dell’educazione formale non sono fenomeni spontanei, che la scuola di Stato (obbligatoria) non è un’istituzione naturale. È, semmai, una costruzione sociale, tra l’altro recente, che risponde a precise premesse autoritarie. 

Credere che questa sia una forzatura è parte dei risultati ottenuti proprio da questo modello, all’interno del quale il pensiero critico, la riflessione autonoma e la “personalizzazione” della propria formazione sono costantemente, sistematicamente e volontariamente negate. 

L’istruzione è il primo degli strumenti con cui lo Stato può assoggettare la popolazione. È un soft power che, specialmente in Europa ma non solo, acquisisce i tratti di una vera e propria distorsione socialista. Non a caso tanto Mussolini quanto Hitler e Stalin reputavano centrale (Hitler al punto da scriverne proprio nel Mein Kampf) nel loro progetto l’educazione obbligatoria dei giovani tedeschi e dei giovani russi. 

Rothbard
Murray N. Rothbard

Ora la frase citata all’inizio è più chiara. L’entusiasmo per l’uguaglianza è profondamente antiumano, non solo perché, come spiega Rothbard nella prima metà del libro, gli esseri umani concreti, in carne e ossa, e cioè gli individui, vengono schiacciati da un sistema grossolano, standardizzato, che non è in grado di valorizzare le singole specificità; non solo perché lo Stato preleva i bambini dai propri genitori e compie scelte per loro conto e per conto di chi, poi, ha anche l’obbligo materiale di sostenerne lo sviluppo; ma anche perché è dietro un messaggio di uguaglianza che spesso si nasconde il germe del regime. 

Questo libro ha tanti pregi. Eccone alcuni: è breve e molto chiaro, limpido, costruito intorno a poche argomentazioni lineari e concatenate tra loro; è, come detto, diviso in due parti, una teorica, una in cui si discutono i modelli reali di alcuni Paesi, tra cui Stati Uniti e Italia; ha una portata generale e dà a chi ha dubbi sull’efficienza del sistema scolastico obbligatorio gli argomenti per mettere in discussione il sistema stesso e non solo alcuni aspetti secondari. In altre parole, è un libro che vi parla della luna e non del dito che la indica. 

Questo libro ha anche molti difetti. Uno su tutti: vi chiede di essere aperti, di concentrarvi sul ragionamento e non sui preconcetti. Oggi è sempre più difficile ascoltare gli altri, figurarsi leggere qualcosa su cui non si è d’accordo. Le librerie dei nostri intellettuali sono piene di libri che ripetono le stesse cose. I critici del capitalismo sanno tutto del capitalismo perché hanno letto altri critici del capitalismo, ma mai dei difensori del capitalismo. Lo stesso vale per tanti altri temi tra cui questo. 

Per questo motivo nella prefazione che ho curato si cerca di mostra come molte delle conclusioni di Rothbard sono compatibili con autori più moderati e storicizzati, come Guido Calogero, e con le tesi di alcuni pedagoghi e filosofi di sinistra. La ragione non ha partito, se non il partito preso di se stessa. Il libro si chiude poi con l’opinione autorevole del filosofo del diritto Carlo Lottieri e di suor Anna Monia Alfieri, che da anni si occupa di promuovere la libertà educativa in Italia (e in tanti la premiano, da Milano al presidente della Repubblica, ma in quanti la ascoltano?). 

I danni della scuola di Stato può essere un’occasione per leggere davvero qualcosa di radicale, militante, ma non per questo ideologico. La premessa è una sola: la libertà non è negoziabile. Da questo segue che l’educazione dei figli non può essere soggetta a dei limiti arbitrari alla libertà individuale loro e di chi ne ha legalmente la tutela (i genitori). Il fatto che oggi lo Stato “rubi” i bambini alle proprie famiglie per formare non giannizzeri ma futuri cittadini obbedienti non dovrebbe in alcun modo rincuorarci. 

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