C’è un filo che lega Tirana a Milano, e non è solo quello – ormai solido – della diaspora albanese in Italia. È un filo fatto di pop contemporaneo, identità e radici, che passa per la voce e la carriera di Elvana Gjata. Multiplatino, milioni di stream e una traiettoria costruita senza mai rinnegare la propria terra, Gjata arriva per la prima volta in Italia con un’unica data il 10 maggio all’Unipol Forum, dopo aver già riempito stadi e arene tra Albania e Germania davanti a decine di migliaia di persone. Il live milanese – inserito nel progetto “Dekada – The Evolution”, che celebra i suoi primi dieci anni di carriera guardando a una nuova fase artistica. La sua storia nasce lontano dai riflettori: da una bambina che canta senza sapere se sia davvero brava, da una sorella soprano che ne intuisce il talento, da una famiglia inizialmente scettica e da una fuga “clandestina” a nove anni per partecipare a un concorso. Di questo e altro ci ha raccontato Elvana Gjata. L’abbiamo incontrata a Milano per farci raccontare la sua storia. Un racconto di orgoglio per chi è riuscito a costruire il proprio successo restando nel proprio paese senza dover per forza emigrare, il peso emotivo di una carriera vissuta sempre “al massimo”, il ruolo centrale della famiglia come bussola e rifugio, ma anche una visione lucida del presente, in cui la musica non cambia il mondo ma può ancora creare empatia e connessioni. In attesa di salire sul palco milanese con la seconda parte del suo album Trilogy, Elvana Gjata ci ha anche lasciato intravedere un possibile ponte artistico con l’Italia: tra i nomi che cita, quello di Mahmood, con cui non le dispiacerebbe una collaborazione capace di fondere due sensibilità diverse ma affini.
Elvana, questa è la tua prima data italiana. Ci saranno i tuoi fan di origine albanese, ma anche tanti italiani che però ancora non ti conoscono. Quando è stato il primo momento in cui hai capito che la tua strada era la musica?
Io ho una sorella più grande di me e infatti è stata lei a scoprire la mia voce. È cantante, un soprano, canta musica classica. È stata lei a dire alla mia famiglia che ero bravissima, perché io cantavo e mi piaceva molto, ma ero piccola, avevo 4-5 anni, e non capivo se fossi davvero brava. Lei ha insistito: “Va bene, continua a cantare, stai andando bene, non ti preoccupare”. Lei mi ha dato la fiducia di cui avevo bisogno. Infatti la mia famiglia all’inizio non voleva che cantassi, perché era un po’ preoccupata: fare la cantante è una professione un po’ incerta. Così hanno cercato di fermarmi. Ma io sono andata da sola a una competizione, mi sono iscritta e ho vinto il secondo posto.
Quanti anni avevi?
Nove anni.
Sei andata da sola?
Sì, da sola. Sono “scappata” un po’. Mio zio mi ha aiutata perché ero piccolissima, ma il posto era molto vicino a casa. Poi ho chiesto alla mia famiglia di lasciarmi cantare. Loro volevano che diventassi dottoressa, ma io dicevo: “Voglio cantare, mi piace tanto l’emozione di esprimermi attraverso la musica”.
Hai detto in un’intervista che la tua famiglia era povera, ma felice. Com’era il rapporto con i tuoi genitori e com’è cambiato con il successo?
Sì… eravamo poveri, ma non lo vivevo come qualcosa che mi mancava. In casa c’era tanto amore, tanta presenza… e questo ti riempie più di tante cose materiali. Con i miei genitori ho sempre avuto un rapporto molto forte. Loro sono stati il mio equilibrio, anche quando io magari sognavo cose più grandi di quello che avevamo intorno. Non mi hanno mai fatto sentire sbagliata per questo. Con il successo… non è cambiato nel senso profondo. È cambiata la vita, certo. Oggi posso dare a loro molto di più, e questa è una delle cose che mi rende più felice. Però allo stesso tempo… cerco sempre di restare la loro piccola ragazza, perché è da lì che viene tutto. Per me, ma anche per gli albanesi in generale, la famiglia è la più importante al mondo. Troviamo sempre il tempo per vederci, parlare, ogni giorno. Mia sorella è sempre lì per me nei momenti difficili o in quelli da celebrare, e io per lei allo stesso modo.
Qual è stato il momento più difficile nella tua carriera? C’è stato un momento in cui hai pensato di mollare?
Ci sono stati momenti difficili, sì… e credo che chi fa questo lavoro li conosca bene, anche se da fuori forse non si vedono e tutto può sembrare bello e facile. Come artista, vivi tutto più forte. Le emozioni non sono mai a metà… sono sempre al massimo. A volte devi reggere molto dentro, perché non tutto puoi condividere. La pressione è molto alta: voler fare sempre meglio, andare oltre i record che magari tu stessa hai imposto. A volte può sembrare come se non bastasse mai. Ma sono momenti… Lì devi essere molto forte, soprattutto mentalmente. Devi imparare a non perdere te stessa. Io ho imparato, col tempo, che la cosa più importante è restare centrata. Proteggere la tua mente, il tuo spazio… perché se perdi quello, perdi tutto. Non è un lavoro solo artistico… è anche un lavoro interiore continuo.
Sei nata nel 1987 a Tirana. Molti dei tuoi conterranei nel ’99 sono venuti in Italia a cercare fortuna, ma tu sei riuscita a trovare il successo nella tua terra, senza abbandonarla. Anche qui molti italiani se ne vanno all’estero a cercare una condizione di vita migliore. Qual è il tuo pensiero a proposito?
Io ero ancora piccola in quegli anni, piena dell’innocenza di una bambina con tanti sogni, ma crescendo conosci la storia e cominci a capire che la vita può essere a volte anche molto difficile. Penso che tutti, alla fine, cerchiamo la stessa cosa… una vita migliore, più serena. E ognuno prova a raggiungerla nel modo che può. C’è chi parte, chi resta… non c’è una scelta giusta o sbagliata. In ogni caso, penso che dentro ognuno di noi viva quell’orgoglio e amore per il nostro Paese, anche quando si è lontani. Questo credo che valga allo stesso modo per gli albanesi e gli italiani che vivono all’estero. Il nostro Paese e la nostra cultura sono sempre lì, parte del DNA.
Edi Rama e Giorgia Meloni sono molto amici. Cosa ne pensi, sinceramente, della nostra presidente del Consiglio?
Allora… io con la politica non ho un rapporto diretto, diciamo così, hahaha. È un mondo molto complesso, e spesso anche pieno di opinioni forti e contrastanti… quindi preferisco non entrare troppo in quel tipo di discorso. Però, per quello che si percepisce anche da fuori, Giorgia Meloni è una donna che trasmette forza, determinazione. Io, nel mio piccolo, anche nel mio Paese cerco sempre di guardare questo: la volontà di costruire qualcosa, di portare avanti una visione. Poi è chiaro che non sempre tutto riesce come si vorrebbe… però quell’energia lì, per me, conta. So che qui le opinioni possono essere completamente diverse, ma il giudizio vero arriva sempre dalle persone che vivono quella realtà ogni giorno. E poi, si vota, molto importante.
È un momento storico di grande crisi. Secondo te la musica come può fare la sua parte per promuovere la pace in un mondo dove, come ad esempio in Iran, ma anche a Gaza e in Ucraina, c’è la guerra?
È un momento molto difficile… e lo sentiamo tutti, anche se magari siamo fisicamente lontani. Oggi le guerre entrano nelle nostre vite ogni giorno, nelle immagini, nelle storie. Famiglie, bambini, vite reali che cambiano da un momento all’altro. E questo, secondo me, non può lasciarti indifferente. La musica… non può fermare una guerra. Sarebbe bello pensarlo, ma non è così. Però può ricordarti che siamo umani. Può creare empatia. Può far sentire una storia anche a chi è lontano. Può unire persone che magari nella realtà sono divise da tutto. Non cambia il mondo da sola… ma può cambiare il modo in cui le persone lo guardano.
Adesso stai lavorando a qualche nuovo progetto?
Sì, sto lavorando alla seconda parte del mio album, si chiama Trilogy. La prima parte è uscita, ora lavoro alla seconda.
Cosa ti aspetti da questo concerto all’Unipol Arena?
Sarà una serata speciale, un sogno. È un sogno cantare e performare su un palco così. Ho fatto anche lo stadio a Tirana: è stata la prima volta che un cantante albanese ha fatto un concerto in uno stadio. C’erano 25.000 persone. Poi ho fatto la Lanxess Arena a Colonia, in Germania, e ho deciso che il terzo sarebbe stato qui all’Unipol Forum. Sono molto orgogliosa di portare la mia musica e il mio viaggio di 20 anni, che non sono pochi. Spero che la nuova generazione, anche quella albanese qui, ascolti questo tipo di musica e la condivida.
C’è qualche artista italiano con cui vorresti collaborare?
Mi piace Mahmood, mi piace molto il suo stile. Credo che la sua voce e la mia insieme suonerebbero molto interessanti.