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18 aprile 2026

“La fonte” di Cosmo è l’alba di un nuovo inizio: “La resistenza al male e ai fascismi esiste, ma servono soluzioni radicali”. E ci parla del nuovo disco, della “luce” dei giovani e di politica

  • di Ilaria Ferretti Ilaria Ferretti

18 aprile 2026

Il nuovo disco di Cosmo si chiama La fonte e “non è tanto una fuga dal dolore ma il posto che raggiungi dopo che l’hai attraversato”. Da “Ciao” a “Incanto”, in mezzo c'è un’energia strana e diversa che fa luce tutt'attorno

Foto di Matteo Strocchia

“La fonte” di Cosmo è l’alba di un nuovo inizio: “La resistenza al male e ai fascismi esiste, ma servono soluzioni radicali”. E ci parla del nuovo disco, della “luce” dei giovani e di politica

La fonte, il nuovo album scritto, prodotto e suonato da Cosmo (Marco Jacopo Bianchi) insieme ad Alessio Natalizia per Columbia Records / Sony Music Italy / 42 Records, più che un fiume dell’oblio, assomiglia alla fonte del ricordo. Una sorgente non per dimenticare quindi, ma per raggiungere una forma di salvezza o consapevolezza ritrovata. A partire dalle origini. La fonte non come un punto nello spazio definito, ma piuttosto “qualcosa di originario che abbiamo sempre avuto dentro”. Cosmo a dieci anni da L’ultima festa in questo disco è spirituale, canta di Totem e tabù, guarda dentro i suoi legami, sperimenta con l’auto-tune, pubblica ancora brani da ballare al ricordo delle sue canzoni eterne come Ogni giorno/ogni notte, ma le parole, le note, le immagini sono più lente. Evaporano. La fonte è un album per sentirsi più vicini a se stessi e lasciarsi attraversare. “Dal dolore e le paure che non voglio mai sentire” (Ciao, 2026). Cosmo qui dentro si ferma, e scrive un nuovo capitolo. Stringendo fra le mani i suoni e i colori del passato puntando il dito verso il ritmo del futuro: La fonte è un’alba (proprio come il suo tour estivo che comincerà la mattina presto).

Cosmo/ Matteo Strocchia
Cosmo Foto di Matteo Strocchia

La fonte nasce da un'urgenza essenziale: tornare al punto di origine. Tornare alla fonte per citare il primo brano del tuo album. Sono passati dieci anni da L’ultima festa ed è tutto diverso. Ma Cosmo da dove è partito e dove sta andando?

Cosmo è partito da un background molto indie, underground, con una band con cui suonava. Quando è nato, Cosmo, semplicemente ha provato a fare più o meno la stessa cosa, ma da solo. Voleva fare canzone italiana con l’elettronica, allora supportava gli Animal Collective, e poi piano piano si è addentrato sempre di più nella musica da club ed è andata bene, quella formula è esplosa. Di recente si è impegnato più politicamente e, soprattutto, musicalmente, ha voglia di esplorare altre situazioni, altri suoni. In questo disco (La fonte, ndr) arrivano prepotentemente le chitarre, e strumenti simili. Diciamo che sono in una ricerca costante, non penso neanche di essere arrivato a un punto in cui mi fermerò, però in questo momento del cammino sto sperimentando di più anche con la canzone tradizionale italiana.

In Ciao dici “resto così, senza un posto dove andare”. Questo album è la risposta? In che posto ti rifugi per sfuggire al dolore del presente?

Quella che descrivevo nel brano era una situazione in cui ci si sente persi, un momento di ansia, di tristezza fortissima, di dolore, e in realtà poi il posto in cui andare viene fuori nel disco, ed è proprio la fonte. Che non è tanto una fuga dal dolore, ma il posto che raggiungi dopo che l'hai attraversato. Infatti in Ciao si parla di questa cosa. Non è tanto un fatto di trovare un rifugio, rimuovendo la realtà, ma proprio un desiderio di attraversare la realtà, passando attraverso il dolore, anche rispetto a Sulle ali del cavallo bianco, il dolore lo avevo passato soprattutto in quel disco, mentre le emozioni che troviamo ne La fonte sono un po' più pacificate. Sono uno sguardo un po' più distante, più “saggio”. Nella mia testa questo posto non è un'isola felice, ma è qualcosa di originario che forse abbiamo sempre avuto dentro, cioè un ritrovare una forza che può essere spirituale, umana, politica, un qualcosa che abbia in sé un'intenzione buona, la forza di vedere il male, le cose sbagliate, ma anche l'energia e la serenità nel dire “io la affronterò questa cosa qua”. E la affronto in nome di un me stesso migliore, di un mondo migliore. La fonte per me è la sorgente di questa energia ancora pura, tanto originaria quanto pura.

In effetti è un disco molto spirituale.

Un libro che ha ispirato un po' questo periodo è Il silenzio è cosa viva di Chandra Livia Candiani, è una poetessa che parla di meditazione. Si tratta di un libro sul dolore, su come affrontarlo, con un punto di vista più buddista, meditativo, rispetto anche ai problemi dell’ego. Mi ha ispirato molto per questo capitolo del mio percorso.

la fonte cosmo
La fonte, cover dell'album Courtesy Ufficio Stampa

A proposito di questo. Hai detto riguardo al tuo brano La fine “quando una parte dell'umanità vuole distruggere il mondo, ce n’è sempre un’altra che lavora per salvarlo” (da Cosmopolitan). Chi ci può salvare, anzi cosa può farlo?

In generale bisogna innanzitutto abbandonare la visione della storia umana, della civiltà, come un percorso che va da qualche parte. Bisogna vederlo per quello che è, ossia una sorta di campo di battaglia, una specie di eterno presente per cui se non lotti per ottenere cioè hai conquistato ieri, che ti sembra che adesso ci sia, lo perderai domani. È tutto un arretrare, conquistare. In questo momento abbiamo la sensazione di essere arretrati tanto, a livello internazionale, e non solo, in realtà le forze del bene, chiamiamole così, ci sono perché non ho più nessun tipo di remora a distinguere tra bene e male, perché le forze del male sono così evidenziate. Non c'è nulla di buono in quello che stanno facendo ad esempio Israele, gli Stati Uniti, non c'è nulla di buono nei fascismi che stanno tornando su, non c'è nulla da salvare, quindi sono abbastanza manicheista in questo senso, adesso, però le forze del bene sono un po' frammentate. Ci sono giovani ambientalisti, attivisti, ci sono persone deluse dalla politica, in generale ci sono più giovani, sicuramente, quindi è lì che batte qualcosa. E poi sono in qualsiasi situazione, luogo, in cui si fanno, si pensano cose non con l’ottica di raggiungere qualche tipo di successo o ricchezza, ma laddove si guardano le cose in base a dei principi anche morali. Quindi questa resistenza esiste in tutti coloro che si spendono. Non c'è un coordinamento perché non c'è una rappresentanza politica seria in queste cose, quello che dovrebbe esserlo, che è la sinistra, purtroppo si è popolata di personaggi che non hanno niente a che vedere con questo, semplicemente persone che credono di avere un realismo che in realtà è una condanna, cioè il fatto di essere un po' cerchiobottisti, un po' liberali, un po' no, quando invece bisognerebbe semplicemente mettere in campo soluzioni radicali. Finché non c'è una rappresentanza politica seria con la schiena dritta ovviamente è difficile riunire tutte le forze.

Hai spesso condiviso quello che pensavi anche sui social, ma hai mai avuto paura di esporti?

Forse ho avuto un po' paura quando è uscita Brucia tutto, la canzone che avevo fatto di base come reazione scandalizzata a quello che stava succedendo con i bombardamenti costanti a Gaza, cosa che tra l'altro si è trasferita in Libano. Quella volta lì sì, ho avuto un po' paura, comunque la canzone inizia dicendo “una pallottola in testa a Bibi e una a tutti gli amici di Bibi” e non sai cosa può succedere, no? Non so nemmeno se sono in qualche modo finito in qualche “radar”, diciamo, di osservazione, lì ho avuto un po' paura però poi l'ho pubblicata lo stesso, penso che alla fine è una cosa che non posso evitare, espormi, se penso a una cosa, va detta.

Ci sono dei libri o film, spunti che riescono a inquadrare il tuo stato d'animo attuale?

Ti direi il libro di prima, poi ho appena visto Twin Peaks, la serie del 2017, e mi è piaciuta molto. Sto leggendo anche cose sul poliamore, sono interessato a capire quanta creatività ci può essere nelle relazioni. Anche se devo dire che non mi viene in mente niente in particolare che definisca il mio stato d'animo.

I tuoi concerti, penso soprattutto a La prima festa dell'amore a Bologna, sono grandi feste che sembrano non finire mai. Negli anni hai riscritto il significato di performance live. I concerti come momenti collettivi in cui divertirsi e lasciarsi trasportare davvero dalla musica. Pensi che il divertimento, il modo di fare festa oggi, per le nuove generazioni, sia cambiato?

Non lo so, sicuramente rispetto al dopo pandemia si è un po' sgonfiata quella bolla di entusiasmo. Ne parlavo giusto qualche giorno fa, e dicevo che quando si è riaperto tutto, dopo la pandemia, si sapeva bene il motivo per cui si facesse festa, perché c’era stata negata la possibilità di farla, quindi si festeggiava, si celebrava questa vicinanza, questo radunarsi e invece poi pian piano questa cosa si è sgonfiata, e adesso è un attimo di risacca. Bisogna ritrovare il senso di far festa.

Magari anche la mattina.

Sì esatto, mi piace la mattina, perché comunque è diverso, è veramente bello al mattino, ci sono un sacco di energie che la sera non hai più, il mattino è più fresco, i corpi sono più freschi, mi interessa sperimentare questo. Anche se devo dirti che il mio progetto era estremo all'inizio.

Cioè?

Io volevo suonare in settimana, durante i giorni settimanali e dopo il mio concerto nelle prime ore del mattino fare una festa fino alle cinque del pomeriggio, tipo orari di ufficio. Il senso era “festeggiamo al posto di andare a lavorare”, però c’erano tante difficoltà a metterlo in piedi e allora ci siamo accontentati, però era forte come idea. Solo che non puoi fare una festa di pomeriggio sotto il sole cocente.

Possiamo dire che La fonte è come un’alba?

Sì, ci sta, mi piace, infatti il fatto di fare concerti al mattino non è casuale, questo disco è quello giusto per farlo. Diciamo di sì, c'è un senso di un’alba.

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