Di Angelo, guarda il passato si è detto molto, se non tutto. Mi pare che Davide Brullo sul Giornale abbia colto il punto, definendo Thomas Wolfe il “Sansone che creò il nuovo mondo del romanzo americano”. Un proustiano alla corte dei grani americani, Faulkner e Melville su tutti. Ma anche un uomo che aveva nella penna il talento dei russi, Tolstoj, Turgenev, Puškin. Infine, ma anche questo si è detto, un uomo che ha fatto tutto (e meglio) ciò che sarebbe poi finito nella Beat. In questo senso Thomas Wolfe ha sì ammodernato l’idea di romanzo, ma non ha voluto mai tradirne la natura, il fatto cioè che la letteratura stessa sia una controtendenza. In un mondo che accelerava, la sua scrittura sfasa completamente i cardini dell’accelerazione. Scrive con un’accelerazione lenta, come un jazzista di grande esperienza. Ora questo grande e voluminoso romanzo torna in libreria grazie a Mattioli 1885, nella collana che ospita dei capolavori con la copertina originale della prima edizione. Un lavoro di fino, che aiuta a comprendere cosa poteva voler dire prendere in mano, al tempo, per esempio proprio Angelo, guarda il passato.
Come detto, Wolfe tiene insieme la modernità americana e il “classicismo” (possiamo definirlo così, se paragonato alla breve storia degli Stati Uniti d’America?) Europeo. Ricorda, in un certo senso, il Lucien Rebatet de I due stendardi, non per temi né esattamente per stile, ma per intenzione: romanzi mondo, come si suol dire, ma ben radicati in una tradizione che ha fatto la lingua, qualsiasi lingua, grande. In Wolfe c’è davvero tutto. Non solo l’America, ma i suoi cantori. C’è una delicatezza epigrammatica che ricorda Emily Dickinson (“Oh, perduto!”), e c’è una visionarietà che rimanda a Emerson e Walt Whitman. C’è un gusto per lo stile, spesso barocco, che lo avvicina a un altro gradissimo, Francis Scott Fitzgerald, ma c’è si avverte il dono di un’ispirazione purissima, com’era quella di Hemingway. I paragoni sono infiniti e come si è detto son già stati fatti. Morto giovanissimo, il suo libro (e non solo questo, anche Il fiume e il tempo, lungo oltre mille pagine) era destinato all’oblio. Ha conservato intatta la sua forza, riconosciutagli, tuttavia, da sempre meno “lettori forti”. Non che il postmodernismo abbia soppiantato, tra il pubblico generalista, i vari Wolfe. Semplicemente, si potrebbe dire, il postmodernismo ci ha insegnato a essere instancabilmente moderni, anche nel nostro modo di concepire l’enciclopedismo. Vogliamo la scienza, non la poesia, vogliamo essere analitici, non umanisti, cerchiamo la soluzione dove non la cercava Wolfe, così attaccato alla poesia, ai gessi, a quegli angeli che, per le prime cento pagine, rappresentano l’ossessione verso l’arte e verso i sogni. La fame, quella vera.
Potremmo cercare di fare qualche altro paragone, semmai, apparentemente più forzato. Ma, come d’altronde fa Wolfe stesso con i suoi pastiche e le sue trovate meta-narrative, ci perdonerete le associazioni di idee. Wolfe è anche un po’ Truman Capote, che giustamente Baricco reputava fin troppo consapevole del suo talento, al punto da fare un uso del suo stile raffinato quasi sfacciato (si veda Colazione da Tiffany). Ma è anche un po’ Javier Marìas, che diceva di fare un uso della punteggiatura di natura poetica, sfruttando le virgole come si sfruttano gli enjambement. Forse l’America è cambiata, è meno ingenua, meno “terra delle possibilità” e così via, almeno ai nostri occhi (c’è chi ricorda, tuttavia, che gli States sono ancora una terra di “rinascimento”: economico, sociale, umano). Eppure tutto ciò che resta dell’America è forse ciò che si legge in questo romanzo del 1929. Era settembre, tra l’autunno e l’estate. Immaginiamo Wolfe che mette l’ultimo punto all’ultima frase e sospira tra sé, un’ultima volta: Oh, perduto.