Per fortuna i libertari, che odiano le imposizioni dall’alto, non hanno letture obbligatorie ma soltanto buone letture. Per cui vi dirò che questa è una buona lettura, non una lettura obbligatoria. Di obbligatorio c’è solo il morire. Una cosa che questo libro scongiura in ogni pagina difendendo l’Occidente, cioè il più vitale modello di mondo e di pensiero di cui abbiamo fatto finora esperienza. Luigi Marco Bassani è storico del pensiero, filosofo politico, ex docente dell’università pubblica (messo nelle condizioni di andarsene per via della censura ai suoi danni, partita con il killeraggio mediatico a seguito della pubblicazione sulle sue pagine private di un semplice meme), ora professore di Storia del pensiero politico all’Università Telematica Pegaso. È un esperto di Thomas Jefferson, di politica americana, di liberalismo (sia europeo che italiano) e autore di due libri molto recenti, in qualche modo collegati. Il primo, scritto insieme ad Andrea Atzeni e a Carlo Lottieri, è A scuola di declino. La mentalità anticapitalista nei manuali scolastici (Liberilibri, 2025). Nel libro si fa una rassegna delle macchinazioni ideologiche e delle storie anti-mercato su cui si fonda il potere culturale della sinistra nel settore dell’istruzione. Il secondo, appena uscito, si intitola invece Occidente contro Occidente. Elegia prima del suo trionfo (Liberilibri, 2026). Non è solo un elogio dell’Occidente, ma un libro fondamentale in un periodo di guerra civile culturale, ideologica, politica. Una guerra che stanno vincendo gli stupidi, e cioè gli antioccidentali. Quelli che, solo perché in Occidente, hanno rifiutato da tempo il senso comune (non si sputa sul piatto in cui si mangia, non si morde la mano che ti nutre) e ogni principio di convivenza.
Il libro è il flusso di coscienza di un intellettuale colto, che, messe da parte le velleità accademiche, ha messo ordine su alcuni pensieri che, per limpidezza di stile e precisione nel linguaggio, è evidente fossero ben chiari e ordinati nella sua testa. L’ordine che ha fatto in questo libro, insomma, è più per noi. Inizia con una genealogia dell’Occidente, quello greco, quello della ragione, poi quello cristiano, cioè dell’Intelletto (con Sant’Agostino: “La perfetta ragione è quella che ci dà la scienza di tutte le cose, soprattutto di quelle eterne che sono comprese dall’intelletto”). È come se, ci spiega, l’Occidente sia da sempre attraversato da un certo Illuminismo, ben diverso da quello rivendicato da qualche sagoma in università e ai sit-in per i diritti umani. L’Occidente è davvero la culla della civiltà, nel solo senso in cui ci è possibile immaginarla oggi. Uno dei meriti di Bassani, in effetti, è quello di spiegare non tanto che l’Occidente è stato l’unico modello, o il migliore, da sempre, ma che oggi persino chi gli si oppone lo fa con le categorie prodotte in Occidente. Dunque non esiste un fuori dall’Occidente che non sia all’Occidente stesso profondamente familiare. Come scriveva Milton Friedman, in una società capitalista i socialisti possono sempre scegliere di vivere nei kibbutz, è il contrario che è impossibile. Dunque non si tratta di difendere la storia dell’Occidente, ma di valutare razionalmente la sua eredità. E cioè valutarla grecamente. Come ricorda sempre nella prima parte del libro Bassani, i Greci avevano un profondo senso di curiosità verso l’Altro, ma non per questo sarebbero stati disposti a considerare l’Altro migliore. L’identità è un fatto di orgoglio. È bene riconoscere i meriti degli altri solo se si riconoscono i meriti di casa.
I Greci, d’altronde, hanno impostato il discorso moderno sulla convivenza, poi evolutasi in democrazia, in cui le relazioni volontarie sono sempre relazioni esclusive, perché radicate nel patto che si stipula, che si preserva nel tempo e che si trasforma. L’Occidente è il frutto di una serie di patti (e contratti privati), quasi sempre sorti spontaneamente, fondati tanto sulla curiosità quanto sulla stabilità, tanto sull’apertura quanto sul senso di identità, tanto sull’Altro quanto sull’Io. Un io, però, che non è, sottolinea Bassani, quel mostro teorico blandito da collettivisti e antioccidentali, bensì un io che vive in una comunità, che ha rapporti pacifici con gli altri e che, sottolinea Bassani, è consapevole dei propri limiti. Sul concetto di limite si fonda il parallelo tra grecità e cristianesimo medievale (che declina questo concetto nella formula, anch’essa modernissima e attuale, di peccato). Inutile elencare i motivi per cui andare fieri dell’Occidente o, quantomeno, sentirsi a casa in Occidente. Il punto, per Bassani, è semmai chiedersi dove sia, ora, questa casa. Su questo si può o no essere d’accordo, nonostante i dati che Bassani fornisce (ecco la sua parte americana che viene fuori) siano auto-evidenti: l’America è più potente economicamente, politicamente e demograficamente. Si fa ricerca scientifica, si cresce, si mette un freno al politicamente corretto, che equivale a un vero e proprio harakiri intellettuale, la tecnologia avanza, si investe sull’apparato bellico (un dato che depone a favore degli Usa, almeno fin tanto che non arriverà qualcuno che, oltre a non sentirsi occidentale, rifiuti di considerarsi un mammifero). Da qui l’elegia prima del suo trionfo annunciata nel titolo del libro di Bassani. Se l’Occidente da un lato muore per morte autinflitta, dall’altro c’è un altro Occidente vivo e vegeto e che, anzi, sta risorgendo. “La distanza,” scrive Bassani, “tra le due sponde dell’Atlantico si gioca in gran parte qui: l’America conserva un’idea di destino, una fiducia - anche problematica - nella propria continuità storica; l’Europa si muove dentro una coscienza del tramonto che è diventata forma mentale”.
È attraverso le lenti dell’Occidente e, in particolare, del nuovo - o primo? - “rinascimento” americano che possiamo rispondere ad alcune domande che vengono poste dalla politica europea. Sull’immigrazione, per esempio. Come spiega Bassani, “ogni crisi migratoria, prima ancora che demografica, è una crisi di rappresentanza politica”. “Essa non riguarda soltanto il numero di persone che attraversano i confini, ma la capacità delle istituzioni di interpretare la volontà dei cittadini e di trasformarla in decisione legittima. Nell’Occidente contemporaneo, l’immigrazione è divenuta il prisma attraverso cui si rifrange la distanza crescente fra élite e popolo, fra chi governa e chi subisce le conseguenze concrete delle scelte di governo”. E qualche pagina prima: “L’immigrazione di questo primo quarto di secolo […] è diventata anche il termometro morale e politico dell’Occidente, la misura più eloquente del suo fallimento come civiltà capace di amministrarsi in modo appena decoroso”.
Un’altra risposta che si trova nel libro di Bassani riguarda una delle critiche mosse da sinistra al modello occidentale di democrazia, dove, in sostanza, chi ha i soldi può ambire a diventare un leader di partito e un capo di governo. Che fiducia si può avere nei confronti di un sistema che impedisce strutturalmente a certe classi (quelle più basse) di diventare rappresentanza politica? Dietro questa domanda c’è un fraintendimento grave (o semplice ignoranza?) Riguardo all’ordine dei fattori che, calcolati insieme, ci portano ad avere giudizi morali. La democrazia viene dopo la libertà e non il contrario. Quindi rispondere alla domanda posta poco sopra significa chiedersi cos’è la libertà. Bassani: “La libertà moderna non si misura più sulla partecipazione alla vita politica, ma sulla facoltà del singolo di decidere per se stesso, di difendere i propri diritti fondamentali e avere salvaguardie contro l’ingerenza del potere statale”. Insomma, la risposta virtuosa ai problemi del presente non può essere anelare a diventare parte dello Stato, ma diventare sempre più autonomi, a prescindere dalla classe di appartenenza, rispetto allo Stato.
Bassani ha anche ragione a dire che l’Europa è oggi il simbolo di una volontà di unione transnazionale che non solo non incontra, evidentemente, il favore di buona parte della società civile, ma che ricorda vagamente un’idea di Impero piatta e compatta, un regime tecnocratico che per decenni gli stessi intellettuali europei hanno cercato di scongiurare (da Gunther Anders a C.S. Lewis). È vero che l’Europa cerca un’unità che non c’è e ora non dovrebbe essere ricercata solo per potersi poi separare dallo storico alleato d’oltreoceano. È anche vero, infine, che l’Europa si sta lentamente suicidando, soprattutto per il modo in cui ha scelto di confrontarsi con l’Islam politico, con la burocrazia e per via delle simpatie verso modelli economici dirigisti, socialisti, centralizzati, che hanno avuto fortuna politica (ma hanno prodotto danni reali) fuori dall’Occidente. È anche vero che l’Europa non ha più gli intellettuali di una volta. Non sono sicuro, tuttavia, che l’America di Trump costituisca una buona alternativa. L’America forse sì (anche se chi scrive crede ancora nella possibilità di un’Europa concerto delle nazioni, vicina all’ideale di Thomas Mann), ma questa America? La disinformazione scientifica (dal paracetamolo che provoca l’autismo ai vaccini), la “memificazione” della propaganda politica, con le pagine istituzionali ridotte a mere piattaforme per rilanciare la peggiore immondizia ideologica, la mostrificazione dell’avversario (si vedano i recenti casi che hanno coinvolto l’Ice e su cui gran parte del mondo libertario americano ha preso le distanza dai Maga), l’approccio anch’esso socialisteggiante all’economia (un caso su tutti i dazi), la censura diffusa nei Paesi a guida repubblica (nelle biblioteche si proibiscono i libri di Stephen King, e nelle università, in modo uguale e contrario ai movimenti woke, si cerca di censurare Platone); insomma, tutto questo e altro ancora, è davvero un’alternativa auspicabile rispetto all’Europa?