Un poliziotto di 28 anni è stato preso a martellate, dei giornalisti della Rai (inviati del programma Far West) sono stati assaltati. Il governo Meloni capitalizzerà sugli eventi di Torino e farà sparire dal racconto le cinquantamila persone riversatesi in strada pacificamente. Dall’altra parte, chi si è riversato in strada e ha alle spalle una più o meno strutturata organizzazione di stampo pubblico, centri sociali, partiti, partitelli e così via, punterà a far sparire i duecento bastardi per elogiare i cinquantamila pacifici che ieri non hanno picchiato nessuno. Ci sarà qualcuno, tra i più colti, che non farà nessuna delle due cose.
La piazza è anche questo, non c’è equilibrio né tensione, ci sono solo gli 1 e gli 0 della violenza civile, momenti di cori e pace, che non spostano nulla nel mondo, e momenti di violenza e distruzione di cui si parlerà per giorni. Il codice è binario, chi fa queste cose lo sa e lo accetta. Lo sa chi legge Unabomber, Toni Negri, Bifo Berardi, Franco Piperno, chi riconosce la “geometrica potenza” (così venne definito, dal fisico calabrese, il killeraggio politico, il brigatismo) della lotta. Non esistono terroristi, esistono terrori a confronto. Non esistono “i violenti”. Esiste una violenza che risponde alla violenza subita quotidianamente dal sistema. Chi si indigna perché un uomo in divisa è stato picchiato senza accettare che quegli uomini in divisa spesso picchiano dei civili che manifestano, non sempre in modo violento, è parte del problema, così come chi crede che la violenza su un uomo in divisa sia legittima, giustificata o che la lotta di classe sia una scusa attendibile per distruggere una città.
Eppure, al fondo, c’è un sentimento condiviso, che accuma il potere di Stato e la violenza di strada. È quella dialettica di Marx, diversa dalla dialettica hegeliana e da una dialettica sospesa, negativa. Se quest’ultima può essere la base di un pensiero autenticamente democratico, e forse precisamente socialdemocratico (quello della democrazia aperta, concetto che attraversa tutta la storia del pensiero, dai Greci a Hannah Arendt), la prima, quella originale, è una dialettica della convivenza, della sintesi. La dialettica marxiana è invece la legge dello scontro, della pura violenza (di una classe sull’altra, di un sistema su un altro, di una “logica del pensiero” su un’altra). La dialettica marxiana rifiuta qualsiasi principio di convivenza, dunque è di per sé incivile. La civilizzazione, l’ammodernamento, l’evoluzione della morale sono sì per Marx il prodotto di uno scontro, quello che ha portato a vincere la borghesia e con essa il capitalismo, ma sono anche allo stesso tempo fuori dallo scontro, un residuo della violenza che fa da motore alla storia. Contro quella violenza, contro quel progresso, contro il senso di civiltà, si scontra la vera classe rivoluzionaria.
In altre parole, la violenza è sempre un punto di partenza, fase fondamentale del processo di autocoscienza collettiva (una classe sente di subire un’aggressione), e un aspetto centrale della pratica politica rivoluzionaria (perché risponde a un’esigenza trasversale, quella di difendersi dall’aggressione rispondendo alla violenza subita). Ma non è mai un fine, poiché la violenza viene legittimata solo come strumento per rompere il monopolio della violenza di chi detiene il potere (per un marxista il Capitale e lo Stato).
Tornando a quanto accaduto a Torino: è falso sostenere che sia un caso isolato in una giornata che aveva tutt’altro carattere, così come è falso generalizzare, a partire da loro, per spogliare di moralità tutte e cinquantamila le persone in protesta. La verità è che sono probabilmente due realtà diverse, la prima delle quali, quella violenta, è autenticamente rivoluzionaria, mentre la seconda è solamente indignata. La seconda è guidata da un sentimento di rabbia, la prima da un sentimento di vendetta. La seconda agisce al limite della sopportazione, la prima agisce per rendere insopportabile lo stato di cose a chi finora ha comandato. La seconda è inerte, è pura vetrina di un sentimento comune, la prima è prassi, cioè produce un effetto. Ed è sempre un produrre al di fuori del mercato (cioè dei rapporti volontari), è sempre una forzatura, un atto violento.
In questo si distingue, per esempio, un liberale da un rivoluzionario: che il primo non accetta ciò che esula dal principio della convivenza, che è un principio filosofico hegeliano (che ha tuttavia una lunga genealogia, per esempio nel cristianesimo medievale). Il secondo invece impronta la sua azione sulla consapevolezza che ogni convivenza è stata infranta, che non può esistere alcun rapporto pacifico che non passi dalla coscienza di classe. I centri sociali, lontani dall’essere un esperimento di convivenza, sono in realtà un esercizio di esclusione consapevole, di politicizzazione dei rapporti umani. Si dà la vita sociale solo all’interno del perimetro tracciato dalla lotta violenta contro ciò che è autenticamente sociale, esterno a noi. Non solo il potere centrale, lo Stato, contro cui non solo i marxisti si rivoltano, ma anche i rapporti quotidiani di potere, le asimmetrie economiche, il pluralismo democratico, la libertà di pensiero, il principio di carità e così via. Non solo la violenza rivoluzionaria non è e non può essere democratica, ma è evidente che i violenti non vogliano e non desiderino essere democratici, poiché la democrazia formale occidentale viene vista come il regime politico all’interno del quale la sopraffazione, la schiavitù e lo sfruttamento vengono legalizzati. Contro questo sistema, contro il sistema democratico, serve andare avanti, senza Dio e santi in paradiso, non tanto per liberare alcunché, ma per cambiare i rapporti di forza.