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30 marzo 2026

Gli amici della domenica sono pronti a fingere di leggere i 79 libri candidati allo Strega e gli scrittori ad accettare di essere giudicati per i soliti meccanismi e non per quello che hanno scritto? Più che un premio sembrano i cast di Temptation Island

  • di Alessia Kant Alessia Kant

30 marzo 2026

È il Premio Strega o Temptation Island. Anche quest’anno gli amici della domenica dovranno leggere i 79 libri candidati per il 2026, ma noi vi avevamo già dimostrato, calcolatrice alla mano, che è ovviamente impossibile. Ma se i giurati fingono soltanto di selezionare i romanzi più meritevoli, perché gli scrittori stanno al gioco? La colpa di tutto questo è la loro
Gli amici della domenica sono pronti a fingere di leggere i 79 libri candidati allo Strega e gli scrittori ad accettare di essere giudicati per i soliti meccanismi e non per quello che hanno scritto? Più che un premio sembrano i cast di Temptation Island

Due anni fa, attraverso un esperimento scientifico, noi di MOW avevamo dimostrato una cosa semplice, quasi offensiva nella sua semplicità: che il Premio Strega si basa su un meccanismo intellettualmente ingiusto.

Non era un’opinione o la solita lagna della frustrata che rosica fuori dal salotto buono. Era aritmetica: nel 2024 i libri proposti erano 82, ovvero 20.500 pagine. Per leggerle tutte, i giurati avrebbero dovuto sciropparsi 525 pagine al giorno, una tortura davanti a cui anche la famosa pratica del waterboarding sembrava al confronto una passeggiata.

L’esito del mio esperimento era talmente cristallino che Stefano Petrocchi, direttore della Fondazione Bellonci e segretario del Comitato direttivo del Premio Strega, non cercò affatto di smentirmi, anzi. Dopo una battuta sul nome della sottoscritta livello scuola media, aveva spiegato che la pretesa di leggere tutto da cima a fondo sarebbe il segno di un rapporto coi libri “ingenuo, idealizzato”, dandomi così pienamente ragione, giacché la difesa d’ufficio del sistema, senza entrare nel merito di un'accusa, equivale, come si sa, a una completa confessione.

Da allora le cose non sono cambiate: quest’anno i libri proposti dai famigerati “amici della domenica” sono 79, e ancora una volta il Comitato direttivo deve scegliere i dodici ammessi a concorrere in un tempo che rende materialmente impossibile leggerli davvero.

Ma alla luce del nostro esperimento, e dell’ammissione del Petrocchi, oggi non siamo più nella fase della denuncia. Quella è chiusa, è stata confermata e rimane agli atti. Oggi siamo nella fase successiva, quella della responsabilità: ed è il momento di ammettere che quella ormai ricade interamente sugli scrittori.

Perché un premio può anche essere opaco, autoreferenziale, pletorico, corporativo. Può anche decidere di sopravvivere solo per logiche di amichettismo e corporazione: ma lo scandalo è che gli scrittori italiani continuino a volerci entrare a tutti i costi, anche dopo che è stato dimostrato che la selezione non può poggiare su una lettura consapevole delle loro opere.

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Stefano Petrocchi Ansa

Se uno scrittore ha rispetto del proprio lavoro, se pensa davvero che scrivere sia una cosa più seria di un reel su TikTok, dovrebbe dire una cosa altrettanto semplice: Premio Strega? No, grazie. Se il mio libro deve essere giudicato in un meccanismo che non ha il tempo materiale per leggerlo, dove si sa già chi passa il turno, io non partecipo a questa recita. Se rispetto me stesso e la scrittura, non la riduco a una pratica di accreditamento clientelare.

Del resto, gli scrittori che hanno fatto la storia di questo Paese non erano certo questuanti di dozzine. Erano outsider irregolari, spesso incompresi, spesso respinti, quasi sempre non addomesticabili. Gente a cui certo faceva piacere la notorietà, e il rito del salotto, ma solo come conseguenza della propria opera, non viceversa.

Gli scrittorini di oggi invece hanno ribaltato il paradigma. Per loro, l’unica cosa che conta è il salotto, che nel mondo di oggi equivale alla penosa foto su Instagram con il logo del Premio Strega corredata dalla didascalia “mamma che emozione sono candidato!”.

Sono tutti lì a elemosinare la carezza, la menzione, il microgrammo di legittimazione che permetta loro di dirsi onorati, grati, emozionati, che viaggio incredibile! Più che scrittori, sembrano aspiranti concorrenti di Temptation Island: i secondi scuotono glutei marmorei o tette rifatte, i primi occhiali con montatura a farfalla o barbigia brizzolata, ma l’imperativo categorico rimane uno solo: la gratificazione immediata della loro vanità sui social.

Ora: che a esaltarsi per una candidatura al Premio Strega sia una Teresa Ciabatti o un Christian Raimo, ci sta. Quantomeno si comprende la logica, perché loro la vittoria sanno di giocarsela davvero. Il grottesco comincia quando alla liturgia si prestano quelli che non hanno nessuna possibilità di vittoria finale, gli outsider che non stanno inseguendo la cinquina ma semplicemente la foto della candidatura (pardon, della proposta di candidatura. Perché quelli del Premio Strega lo dicono che “essere proposti” non significa essere candidati, peccato che la stragrande maggioranza degli scrittori e delle scrittrici si vanti di essere stata candidata allo Strega solo sulla base della proposta, e nessuno si azzarda a dire loro qualcosa).

Facciamo alcuni esempi tra i tanti, pescando fior da fiore.

C’è tale Francesco Forlani, autore de “L’amico spagnolo”, per Exorma edizioni, che vive pubblicamente la proposta di candidatura con il trasporto di chi sogna il passaggio alla dozzina come se fosse un piccolo romanzo di formazione. Su Instagram, nello scodellare la brava fotina del suo romanzo con il logo dello Strega scrive “Amo la parola dozzina, perché ne ho memoria dalle prime scuole dell’infanzia. Non se accadrà il passaggio, posso sperarlo (…) e augurare all’Amico Spagnolo di fare strada”. L’uomo che parlava al suo libro, insomma.

Tale Simone Lisi, invece, autore de “Le interruzioni” per la casa editrice Effequ, accompagna la foto d’ordinanza della candidatura con il racconto sentimentale degli anni, dei ringraziamenti, del viaggio condiviso. Sotto la foto scrive: “Chissà come siamo arrivati a questo punto? (già, Simo’, chissà? Forse telefonando – tu o il tuo editore - all’amico della domenica di riferimento e chiedendo? Chissà!). E giù a ringraziare di cuore questo e quello. Ma ringraziare di cosa, esattamente? Di averti “proposto” a un premio dove il tuo libro non verrà letto, in compagnia di altri 78 cristiani?

Dare conto di tutte le diverse sfumature con cui gli scrittori del Premio Strega 2026 si autocelebrano sui social sarebbe un altro esperimento scientifico, giacché davvero – con qualche eccezione – ce n’è per tutti i gusti: basta aprire un qualsiasi manuale di psichiatria e ritroverete una a una tutte le patologie elencate. Ma una menzione speciale bisogna darla a tale Cosimo Damiano Damato: a dispetto del look “bukowskiano”, di post celebrativi per il suo “Nessuna Grazia” ne fa una cifra, concedendosi anche un reel in compagnia di Paolo Di Paolo (come al solito assai restio ad apparire).

Viene allora da fare il tifo per la ruspante dottoressa Pucci Romano che, come dice lei stessa su Instagram, è una dermatologa e “skin influencer”. Accanto a un reel sull’epilazione laser e un tutorial su come mettere il rossetto, la Romano ci informa che il suo libro “La soluzione” edito dalla casa editrice “Love&Co” è proposto al Premio Strega, cosa che le regala “una grandissima emozione”. Suggeriamo una possibile opportunità di business ancora più emozionante: dottoressa, offra pacchetti sconto per trattamenti estetici ai suoi colleghi, vedrà che – con l’ego che hanno – non mancheranno di darle soddisfazione!

Andrea Bajani
Andrea Bajani, l'ultimo vincitore del Premio Strega Ansa

Sia chiaro: noi non neghiamo il valore di questi testi, che non abbiamo letto e quindi non possiamo giudicare (perché noi crediamo ancora che per giudicare un libro, qualunque, lo si debba leggere). E auguriamo a tutti, soprattutto al Forlani, di entrare in dozzina, che, come sappiamo, mantiene una “quota ecosolidale” per la piccola editoria: italianissima paraculata in modo da poter fare ancora meglio i propri comodi con la cinquina. Ma il punto è proprio questo: capolavori o sole immani, i libri hanno diritto di essere letti, cosa che allo Strega, è acclarato e confermato dall’organizzatore, non accade.

E allora siamo inorriditi e stupefatti che gran parte degli scrittori italiani vivano la proposta allo Strega come una consacrazione importante, un evento esistenziale da rivendere ai propri follower come se si trattasse una conquista basata sul merito, quando invece si tratta di una mera segnalazione di un amico, di un favore fatto da una conoscenza. Invece di impegnarsi a costruire il piccolo mausoleo digitale del proprio ego, dovrebbero essere loro a ribellarsi, a non voler essere cooptati in un sistema che i libri non li legge: e invece sono loro che nutrono il sistema, lo lucidano, lo condividono, lo rendono desiderabile. Sono loro la benzina di questa macchina esausta.

Così, in questa landa desolata, finisce per appare come un gigante chi, dieci o vent’anni fa, quando prese a dominare le classifiche di vendita, veniva presentato come l’uomo venuto da Mediaset per distruggere la letteratura italiana: Fabio Volo, che rifiutò esplicitamente la possibilità di essere proposto al Premio Strega offerta (sia pure come provocazione) dall’amico Fulvio Abbate, dando una lezione di dignità non tanto agli amici quanto a questa pletora di scrittori della domenica.

Permetteteci, comunque, un pensiero finale per Stefano Petrocchi, a cui desideriamo chiedere scusa: perché davanti all’agitarsi degli scrittorini italiani ai piedi della macchina del Premio, che ci ricorda quello dei piccioni in piazza Duomo davanti al sacchetto del mangime, ci sembra chiaro che la Fondazione Bellonci svolga un ruolo psicoterapeutico essenziale, tanto che dovrebbe essere finanziata direttamente dal Ministero della Salute: perché ogni primavera permette a questa categoria di malati di vedere il proprio ego finalmente gratificato.

E persino gratis!

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