Se penso a Umberto Eco e al suo lucente peso specifico enciclopedico nella cultura italiana, un’uomo-enciclopedia, alto e basso, complessità e leggerezza, ironia e sguardo periscopico su ogni possibile realtà fenomenica, letteraria e oltre, mi torna subito in mente una persona che, anni fa, per farsi bello con le ragazze, sosteneva di essere nipote di Umberto Eco, di più, nipote prediletto, quindi in prospettiva, se non al presente, il suo sicuro erede morale. Ignoro quanto tale suggestivo, se non discutibile, espediente sia riuscito a farlo rimorchiare, a renderlo interessante, eroticamente attendibile, premiato infine al punto di concedergli il pieno diletto sessuale. Un’amica mi ha raccontato infatti, giuro, la sera in cui questa persona, con l’obiettivo scientifico di portarsela a letto, si presentò a lei con questo, diciamo patafisico, biglietto da visita: “Umberto Eco? Parliamo di mio zio”. Quasi un titolo di romanzo, meglio, di fiction, chissà se potrebbe essere addirittura lo spunto per una serie Netflix.
Personalmente, quando penso a Umberto Eco, provando ad andare oltre, non mi sovviene “Diario minimo”, cioè il volume che contiene la sua celeberrima “Fenomenologia di Mike Bongiorno” e forse neppure la recensione, se non ricordo male (si sappia che queste mie righe seguono il filo puntinato e talvolta accidentato della memoria, con i suoi vuoti e le sue dissolvenze), della Bibbia. Sempre se non rammento male, con straordinario spirito non meno patafisico, Eco immaginava che quel caposaldo delle cosiddette Sacre Scritture, con molta probabilità non avrebbe mai raggiunto la seconda edizione. Al contrario, quando penso a Umberto Eco, mi torna in mente un suo volume pubblicato inizialmente da Bompiani intitolato “Come si fa una tesi di laurea”, un manuale “tecnico”, imperdibile, salvavita per ogni laureando, cominciando dal più incapace, me compreso. Ignoro quante edizioni ne siano state fatte, so per certo che in tempi più recenti quel volume prezioso si trova nel catalogo de La Nave Di Teseo, che è anche il mio editore, in copertina un disegno di Saul Steinberg.
Umberto Eco, piccolo inciso, lo ricordo ancora, in questo caso con i miei occhi, in tre occasioni: la prima volta a Palermo. Era da poco uscito “Il nome della rosa”, e forse neppure lui, proprio Eco, immaginava che sarebbe stato un bestseller in grado di competere, non vorrei esagerare, con la stessa Bibbia. Era venuto a Palermo, la mia città di allora, a presentarlo alla libreria Flaccovio, ricordo che un giornalista de L’Ora gli fece alcune domande. Provo a riportarle qui, sempre se la memoria non mi inganna. Bene, il giornalista, che si chiamava anche lui Umberto, così chiese al semiologo che si era improntato romanziere per puro, alto, inarrivabile “divertissement” e filosofica curiosità: “Ma lei, che ha iniziato con un saggio su San Tommaso, se i suoi colleghi professori le dovessero obiettare come mai ha scritto un romanzo cosa risponderebbe?” Ed Eco, parole testuali: “Cazzi loro!”. Il cronista culturale, per pudore non meno presunto culturale, nell’articolo scrisse invece “Fatti loro!” Eco però, posso giurarlo, disse proprio “Cazzi loro!”
È del tutto inutile che mi metta adesso qui a spiegare cosa è mai un “pastiche”, meglio, come Eco, forte di tutte le sue conoscenze, meglio, della sua sapienza, sia riuscito a inventare un oggetto, una “cosa”, un luogo narrativo che riassume probabilmente l’intero scibile: da Sherlock Holmes a, appunto, immagino, il suo San Tommaso, gli studi di patristica e forse anche molto di più. La seconda volta, l’ho scorto per caso alla stazione di Milano, eravamo, sia io sia lui, in attesa del treno, lì al binario, mentre lo osservavo da lontano mi tornava in mente quello che mi era stato detto da un amico scrittore, cioè che Eco era appassionato di barzellette. Volendo, avrei potuto accostarlo per raccontargli la barzelletta dove si narra di un catanese che viene abbordato per strada da una prostituta, ovviamente, per retorica convenzione, bolognese. La prostituta si avvicina al potenziale cliente e gli dice: “Vieni qui bel moretto che ti faccio un bocchino”, e il catanese, piccato, rocciosamente, le risponde: “Je manco si ma suchi!” Chissà come l’avrebbe presa Eco, se si sarebbe messo a ridere, o se ne sarebbe venuta fuori una discussione sul sospetto e l’ignoranza lessicale. Ovviamente i catanesi, la stessa barzelletta potrebbero girarla mettendo come protagonista un palermitano. La terza volta è stata è stato al funerale di Alberto Moravia, a Roma, nella piazza del Campidoglio. A Eco era stata affidata l’orazione funebre, solo che in quel periodo si era tagliato la barba, così nessuno di noi l’ha riconosciuto, anzi, tutti si domandavano: ma chi è quel signore che sta parlando, qualcuno ha capito di chi si tratta? Credo che lo stesso Eco a un certo punto si sia reso conto che senza barba potesse risultare irriconoscibile, meglio, non più Umberto Eco, ma un signore senza barba che al funerale di Moravia portava tutti coloro che erano lì a domandarsi: ma chi è esattamente questo signore che sta parlando adesso? Infatti poi se l’è fatta ricrescere.
Ora che ci penso, ho un altro ricordo: Bologna, 1977, il Dams occupato, su una parete della segreteria il suo nome era diventato Umberto Ego, scritto a penna accanto a un telefono fissato sul muro. Un telefono di cui tutti approfittavano per fare chiamate, credo che a un certo punto abbiano chiamato, mi riferisco proprio agli studenti occupanti di quell’anno, Cuba con l’intento di parlare con Fidel Castro, ma questa è già un’altra storia. Tornando a Eco, dicevo di quel libro fondamentale su “come fare una tesi di laurea”, certo che l’ho consultato mentre buttavo giù il mio penoso elaborato che aveva titolato: “L’apocalisse nell’opera di Louis-Ferdinand, Céline”, buttato giù per laurearmi in filosofia con Armando Plebe, il filosofo che prima era stato comunista e poi, immaginando che l’Italia sarebbe diventata una repubblica autoritaria, siamo nel 1968, volle aderire al Movimento sociale italiano di Almirante, accompagnando questa sua svolta reazionaria portando in libreria un testo intitolato “Quello che non ha capito Carlo Marx”. La mia tesi di laurea, lo ripeto, era pietosa. Ogni tanto qualcuno mi domanda che vorrebbe leggerla, ma io rispondo con assoluta sincerità che non è davvero il caso, non certo però per colpa di Umberto Eco, infatti quel suo manuale era perfetto, esemplare. Stiamo parlando del tempo in cui le tesi di laurea si battevano a macchina e bisognava giustificare gli spazi con la Olivetti, credo che la mia fosse una “Lettera 46”, ma non voglio scantonare, semmai tornare a Eco.
Sia Plebe sia Eco erano di Alessandria, un giorno che con Plebe siamo andati ad accompagnare un filosofo, Max Bense, a visitare le rovine di Selinunte, se non rammento male, proprio lui, Plebe, raccontò che durante la guerra, la casa di Eco, che si trovava di fronte alla sua, era stata bombardata, alla fine così commentando: “Ma poi lui è stato molto più fortunato e soprattutto ha avuto molta più fama di me”.