Tre citazioni. Prima: “L'eroe é sempre eroe per sbaglio, il suo sogno sarebbe di essere un onesto vigliacco”. E lui, per sbaglio, è diventato l’eroe di una storia quasi del tutto scomparsa. Seconda: “Dal carattere dei miei concittadini ho imparato la virtù dello scetticismo. Lo scetticismo implica un costante senso dell'umorismo, per mettere in forse anche le cose in cui si crede sinceramente.” Il senso dell’umorismo, implicato dallo scetticismo (e qui l’implicazione è logica, dunque per essere scettico devi avere senso dell’umorismo), è il taglio giusto per quel manzo profumato e nutriente che è la cultura enciclopedica. Si vedano pure Arbasino o David Foster Wallace. Terza citazione: “Noi viviamo per i libri. Dolce missione in questo mondo dominato dal disordine e dalla decadenza.” Che non sia la cultura un rifugio, ma un’alternativa sì.
Se è sulle spalle dei giganti, come ricordava lui stesso, che si deve guardare avanti, allora è giusto chiedere agli scrittori di oggi cos’abbiano imparato da quel gigante della cultura italiana che è stato Umberto Eco, un uomo dotato di una cultura alessandrina (nel senso della biblioteca e della meraviglia del mondo, non sono per nascita). E bisogna anche chiedersi cosa manchi di più, oggi, a dieci anni dalla sua morte. Umberto Eco, che ha vinto il Premio Strega come gli scrittori più pop e ha scritto saggi tecnici come gli intellettuali meno nazional popolari, ha importato in Italia un modo di intendere la cultura non solo europeo, ma persino americano. Ha portato in Italia anche un modo di concepire il romanzo che ha in lui un esponente praticamente unico, com’era unico neoparmenideo il filosofo Emanuele Severino. Questi capiscuola senza allievi sono forse i maestri di cui abbiamo ancora bisogna. E per ricordarlo abbiamo scelto di chiedere allo scrittore Gian Marco Griffi un commento.
Il ricordo di Gian Marco Griffi
E dunque, che cosa posso dirti di Umberto Eco, nato nella città in cui sono nato pure io, benché io sia nato lì piuttosto incidentalmente, a causa di un padre alessandrino, mentre lui ha conservato con Alessandria un qualche legame territoriale e culturale, oltreché linguistico, che io non ho. Posso dirti che è stato quel genere di scrittore che potrei essere, quantomeno in ispirito, anch’io. L’atteggiamento, forse, l’approccio alla scrittura.
La sua frase capitale, per me, sta nelle postille al Nome della rosa: “Avevo voglia di avvelenare un monaco. Credo che un romanzo nasca da una idea di questo genere, il resto è polpa che si aggiunge strada facendo”. Ecco: questo è il divertimento di cui dicevo. Scrivere mille pagine perché si ha voglia di avvelenare un monaco è precisamente il motivo per cui scrivere è meravigliosamente divertente. Quando scrivo, io scrivo perché ho voglia di avvelenare un monaco.