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La classifica dei libri più letti nel 2025 è una tragedia: tranne il Premio Strega non ci sono romanzi italiani (ma Cazzullo e Alberto Angela sì). Paolo Di Paolo: “Il libro dei giornalisti è diventato una specie di totem ingombrantissimo”

  • di Riccardo Canaletti Riccardo Canaletti

4 febbraio 2026

La classifica dei libri più letti nel 2025 è una tragedia: tranne il Premio Strega non ci sono romanzi italiani (ma Cazzullo e Alberto Angela sì). Paolo Di Paolo: “Il libro dei giornalisti è diventato una specie di totem ingombrantissimo”
È uscita la lista dei libri più venduti in Italia nel 2025. A parte il premio Strega di turno (Bajani) e il giallista consumato (Carrisi), ci sono solo libri di giornalisti e gialli stranieri. È la fotografia dei gusti italiani, che evitano sistematicamente qualsiasi tentativo di fare letteratura non di genere in Italia. Ma fanno bene? Una domanda, il parere di Paolo Di Paolo e un’ipotesi

di Riccardo Canaletti Riccardo Canaletti

Questa è la lista Aie (Associazione Italiana Editori) dei libri più venduti in Italia nel 2025: 

  1. L’ultimo segreto, Dan Brown, Rizzoli 
  2. Francesco. Il primo italiano, Aldo Cazzullo, Harper Collins 
  3.  La catastrofica visita allo zoo, Joël Dicker, La nave di Teseo 
  4. Verrà l’alba, starai bene, Gianluca Gotto, Mondadori 
  5. Il cerchio dei giorni, Ken Follett, Mondadori 
  6. Spera. L’autobiografia, Papa Francesco (Jorge Mario Bergoglio), Mondadori 
  7. La bugia dell’orchidea, Donato Carrisi, Longanesi
  8. L’anniversario, Andrea Bajani, Feltrinelli 
  9. Cesare. La conquista dell’eternità, Alberto Angela, Mondadori 
  10. La felicità nei giorni di pioggia, Imogen Clark, Libreria Pienogiorno 

In sintesi: tre libri stranieri, peraltro belli, di tre autori che sono una garanzia di vendita (Dan Brown, Ken Follett e Joël Dicker). Lo pseudoromanzo di Gianluca Gotto a metà tra training autogeno e onanismo hipster, la - boh - tredicesima autobiografia di Papa Francesco nell’anno della sua morte, un giallo di un giallista consumato (degno di stare accanto ai Dicker ecc.), lo pseudo-Cambiare l’acqua ai fiori di Imogen Clark, il premio Strega (pompato proprio dalla vittoria) presentato come un “libro contro il patriarcato” (Bajani, 5 luglio 2025) e due malloppi sostanzialmente inutili ma di bell’aspetto, quello di Cazzullo (il suo quarantesimo libro, circa, dell’anno) e quello di Alberto Angela, entrambi con il merito di voler avvicinare la gente comune a personaggi storici, per quanto solamente a favore di trend. Sgombriamo preventivamente il campo anche da un prevedibile malinteso: chi scrive non è un sostenitore della cultura bassa contro la cultura alta e anzi sottoscrive le parole di G.K. Chesterton in favore della letteratura commerciale e crede di portare sempre con sé un pacchetto di fazzoletti da naso come quelli di Palazzeschi, che possono contenere un firmamento. Semplicemente, pare evidente che nella classifica dei bestseller non ci siano romanzi “non di genere” italiani degni di questo nome. Certo c'è Bajani, che risente però del successo post-strega, e che dunque inquina la normale classifica, e non fa che occupare il posto fisso del premiato di ogni anno, un mix di ideologia mid-cult e cattive maniere stilistiche. I migliori romanzi in classifica, anzi pressoché gli unici, sono di tre divi della letteratura mondiale, nessuno dei quali aspira (o potrebbe aspirare) al Nobel per la letteratura. Restano ottime storie scrive in modo ottimo, ma non sono un buon sintomo dello stato di salute del mercato librario italiano. 

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Paolo Di Paolo Ansa

Ho chiesto un’opinione a Paolo Di Paolo, uno degli esponenti più entusiasti del romanzo non di genere in Italia, e anche uno di quelli che vende di più. Mi ha detto: “Non c’è più lo spazio letterario senza genere. Tutto è piuttosto codificato. è vero che i primi dieci titoli sono sempre libri commerciali, però oggettivamente è sempre più forte questa occupazione dello spazio da parte di quei libri che hanno una loro iper-riconoscibilità, cioè generi cristallizzati: il giallo, il noir, il romance, il fantasy, il libro dei giornalisti è diventato una specie di totem ingombrantissimo, già negli anni di Montanelli, Gervaso, Bocca, Biagi, quindi non è che queste cose già non ci fossero, però la dimensione della proposta letteraria ambigua, quella difforme, che non entra in nessun genere codificato è quella che viene completamente schiacciata fino quasi a sparire”. Ho aspettato qualche giorno prima di scrivere, perché ci ho riflettuto. Non che ci sia nulla di inverosimile in quanto scritto da Di Paolo. È probabilmente vero quanto dice, ma credo manchi anche qualcosa. Tolte rare eccezioni, tutte di natura più o meno sperimentale (Digressione di Griffi, Autobiogrammatica di Giartosio e poco altro), ciò che manca in Italia non è tanto uno spazio nel mercato quanto un mercato di buoni romanzi non di genere tale da poter sollecitare l’attenzione degli editori e del pubblico. Certo, la colpa è da rintracciare nella filiera, ma davvero dovremmo prosciogliere da ogni accusa lo scrittore italiano, una strana creatura fatta di cliché, neorealismo e psicopatologia della vita quotidiana? 

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