Massimo Ceccherini è uno che non si riesce a immaginare diverso da come lo vedi. Quando parla è schietto, diretto, anti-retorico fino ai limiti del masochismo. Quando poi però provi a immaginartelo in un film ancora da girare, puoi stare certo che, se quel film si farà (non è detto eh!), lui apparirà inevitabilmente diverso da come te l’aspettavi. In un film dell’amico fraterno Leonardo Pieraccioni, per esempio, a un certo punto compare una statua di gesso parlante. È lui: Ceccherini, credibile come statua e incredibile come anarchico folletto di un cinema italiano in via d’estinzione. Venticinque anni fa usciva “Faccia di Picasso”, geniale e stramba ode d’amore per il cinema, una commedia senza fratelli né sorelle in un panorama italiano che, da due decenni a questa parte, sembra popolato soprattutto da finto politicamente scorretto e famiglie disfunzionali che, pur dovendo affrontare macerie degne d’un terremoto, finiscono per risultare più funzionali della proverbiale famiglia del Mulino Bianco. Immergi Ceccherini in questo liquido da zona ultra-comfort e l’acqua cambia colore: non diventa più cupa; semplicemente, assume sfumature imprevedibili. Per questo, leggere “L’uomo guasto”, con la prefazione di Luca Sommi e pubblicato da Paper First, è un’esperienza brutalmente reale che ci allontana – pur aiutandoci a capirlo meglio – dal Ceccherini che si getta dentro un film come una Molotov che non distrugge, ma stravolge.
Dice che Massimo Ceccherini “sa guardare oltre la cornice”, Luca Sommi, nella prefazione. E si ha la sensazione che abbia ragione. Una sensazione confermata da 140 pagine, disegni di Ceccherini inclusi, agili e spietate. Una concisione quasi sospetta, in netto contrasto con la lunghezza infinita degli sfoghi, del dolore e delle lacrime che da anni ammorbano i pomeriggi delle reti tv mainstream. Così lontana anche dall'impalpabile esistenzialismo dei libri di Fabio Volo o – per non trasformare Volo in una sorta di sineddoche vivente – dalla tragicità studiata di un romanzo già giustamente dimenticato come “La felicità al principio” di Tiziano Ferro, uscito nel 2023 per Mondadori (!), mica per la Speriamo che Dio ce la mandi buona.
Esperienza, vita, sofferenza, lezioni imparate sbattendo il muso contro il muro increspato: “L’uomo guasto” è un racconto esplorativo (soprattutto del sé) senza intenti moralistici, narrato da uno che ha detto: “Io ero con Paolo Brosio la notte in cui Brosio ha visto la Madonna”. C’è da divertirsi, a leggere questo libro. Ma di consolatorie pacche sulle spalle se ne trovano poche. Oddio, c’è Elena, la compagna di Ceccherini, ben più di una pacca: un vero raggio della Provvidenza che segna un prima e un dopo nella vita dell’autore. E poi c’è Matteo Garrone, che lo chiama per “Pinocchio”, cambiandogli la vita. Non fece solo la Volpe, in quel film: scrisse il film intero insieme a Garrone, con cui ha poi sviluppato un solido rapporto artistico. Perché Ceccherini non è solo l’amico di Pieraccioni che fa capolino in quasi tutti i suoi film, o quel bischero da cabaret che insieme ad Alessandro Paci girava per teatri, più o meno grandi, mentre tramontava il Novecento.
Chi urla dalle pagine de “L’uomo guasto”? I vizi, il gioco, l’alcol, gli eccessi. Il vivere la vita, a volte, come se fosse già finita o avesse il valore di un soprammobile. Il buttarsi via come filosofia inconsapevole e sfrontata. Un libro in cui si incontrano Carlo Monni e Gabriel Omar Batistuta (quando la Firenze calcistica ardeva), ma anche Settimo, un settantenne con cui Ceccherini lavorò quando ancora faceva il muratore. Quando parla di droga e alcol, Ceccherini parla di “bestia”. Ricorda battuta per battuta film come “Il sorpasso”, “Una vita difficile” e “Toro scatenato” perché li sente profondamente suoi, come se quell’arte che ha tanto amato – il cinema – fosse stata capace di dirgli chi fosse prima ancora che lui stesso lo scoprisse davvero.
A Gianmarco Aimi, su Rolling Stone, racconta di un tentativo di rinascita attraverso una terapia che non andò a segno: “Lo psicologo, probabilmente, è stato traviato dal mio modo di raccontare e l’aveva presa come una sorta di cabaret, quindi l’ho invogliato a venire con me. Alla fine, non solo ho smesso di andarci, ma non l’ho neppure pagato perché mi sono giocato tutti i soldi”. Ecco la forza della “bestia” che trita e pialla. Ceccherini non si fa sconti e non ne fa, ma neppure – come tanti oggi – glamourizza gli eccessi nella speranza che la discesa agli inferi regali un’aura di immortale coolness.
C’è la provincia toscana, in questo libercolo. Le parole e le facce della gente comune. “Il babbo”, che sorride orgoglioso quando sa che un film ha avuto successo anche grazie a un’anarchica trovata del figlio. E la mamma, che un giorno fuori da scuola si vede correre incontro un piccolo Massimo, per qualche tempo improbabile testimone di Geova nei giorni delle elementari. Grida: “Mammaaa si muore tutti, è inutile che stendi i panni, arriva Armageddon, le palle di fuoco!!”. La fama, i night, le botte, le notti che sostituiscono i giorni arrivano dopo. Protagonista, sempre, un uomo guasto e sincero. Vivo, oggi, anche per affermare che poter dire “sto bene” è una conquista degna di chiassose e sfacciate celebrazioni.