Lasciate ogni speranza, o voi che vi sintonizzate. Soprattutto se la speranza è quella di godervi una serie che, prima o poi nella storia, non finisca per puzzare di soap. E sì, tutto ciò vale anche se la serie racconta la cattura di “iddu”: Matteo Messina Denaro, il boss di Cosa Nostra rimasto latitante per trent'anni. Che la speranza di un poliziesco o di una serie d'azione, non vi colga mai: nemmeno se l'inizio ve lo fa credere, perché tanto a un certo punto, arriveranno la morte gratuita per aggiungere pathos, lo spiegone per ricapitolare, la scena di rabbia in cui bisogna scagliare qualcosa al muro sennò non è abbastanza rabbia e altre meraviglie.
È successo con la prima puntata de L'invisibile. La cattura di Matteo Messina Denaro, miniserie di Rai 1 che racconta i tre mesi che portarono all'arresto del boss mafioso, avvenuto il 16 gennaio 2023 a Palermo. Due le puntate, in onda il 3 e 4 febbraio. A interpretare il colonnello Lucio Gambera, capo della squadra di Carabinieri dei Ros incaricata di trovare Messina Denaro, Lino Guanciale; nel ruolo del mafioso invece, Ninni Bruschetta.
L'invisibile è una lotta contro il tempo: per portare a termine il loro compito infatti, gli agenti di Lucio Gambera hanno solo tre mesi di tempo a disposizione, altrimenti l'operazione verrà smantellata. Ispirato alla figura vera di Lucio Arcidiacono, Gambera si renderà presto conto che nella squadra si nasconde una talpa: ogni volta che è sul punto di arrivare a una svolta nelle indagini, un imprevisto fa saltare tutto. I presupposti ideali per tirarne fuori un titolo di genere c'erano tutti, fieri di una tradizione che passa da -solo per citare alcuni titoli- La Piovra, Squadra Antimafia, Distretto di Polizia, fino a Palermo-Milano solo andata, con quella scena finale che evocava epicità a ogni passo della scorta in città.
I presupposti ideali, dicevamo: invece no, perché dopo una prima parte promettente, tra azioni di spionaggio e appostamenti, la serie perde carattere e va a sbattere contro il solito vizio di romanzare la narrazione, ripiegandosi sulla dimensione familiare e personale dei protagonisti. Ad esempio aggiungendo morti per drammatizzare il racconto, come quella della moglie del viceprocuratore Paolo Guida, caro amico del protagonista: un evento inutile ai fini della trama, il cui unico scopo è aggiungere dramma nella vita dei personaggi.
Grazie a Paolo poi, abbiamo il momento in cui Lucio riepiloga la prima parte dellla puntata: tutte le azioni della sua squadra, in caso non avessimo capito bene cos'era successo fino a quel momento. L'Invisibile infatti, dove può, ricorre a scene che il pubblico può subito decodificare senza disdegnare i cliché.
La serie si fregia di essere l'esordio attoriale di Levante, che qui interpreta la moglie del colonnello: e finché si tratta di due battute, il verbo “fregiare” è adatto alla circostanza. Il problema è quando Levante deve sostenere una scena intera, come quella del litigio con il marito Lino Guanciale: non solo ne esce male lei, ma recita peggio anche lui. Nel ruolo del tecnico radio Ram, il collega di Sanremo 2026 Leo Gassmann, la cui utilità, almeno nella puntata andata in onda, è quella di spogliarsi e farsi vedere a petto nudo per coprire la quota belloccio giovane.
Nel finale di questa prima puntata, Lucio scopre chi è la talpa: poteva non lanciare un oggetto per la rabbia? Poteva, però non l'ha fatto. Del resto nel cast abbiamo riconosciuto Massimo De Lorenzo, uno degli sceneggiatori lazzaroni di Boris: sarà stato lui a premere F5.
Lo hanno seguito oltre 4 milioni di telespettatori (23,7% di share), ma non si può comunque fare a meno di constatare con una certa amarezza, che L'Invisibile poteva essere un thriller, un poliziesco o qualsiasi altro genere: poteva esserlo, invece, nel dubbio, è solo l'ultima fiction con una spruzzata di impegno civile.