stare al mondo. Tutto scritto in piccolo, così si chiama il terzo album di Matteo Alieno, autore, cantautore e polistrumentista classe 1998 che abbiamo incontrato a X Factor anni fa e conosciuto nei suoi brani tempo dopo. stare al mondo per chi non ci sa stare. Ma chi sa come si fa se nessuno ci ha mai dato istruzioni per abitarlo? Nessun pacchetto ricevuto per posta, nessun libricino sullo scaffale con dentro, punto per punto, le regole, le linee guida. E così, allora, si vive. A caso, forse. Con Matteo Alieno (in concerto il 29 aprile al Monk a Roma e giovedì 7 maggio all’Arci Bellezza a Milano) abbiamo cercato di analizzare le difficoltà in una società che corre e che spinge, la perdita di profondità nel pop contemporaneo; gli abbiamo chiesto a chi guarda, a cosa pensa quando cerca ispirazione. E poi ci siamo lasciati indicare la strada e le domande dalle sue nuove canzoni che, insieme, assomigliano a un manifesto generazionale espanso. Perché stare al mondo è anche una carezza per chi non si è mai chiesto scusa. D'altronde, come ci ha detto lui, “in fondo per volersi bene bisogna volersi bene”.
Matteo Alieno. A cosa guardi, a chi guardi quando cerchi ispirazione?
A mia nonna. Ha 93 anni e fa la pittrice da sempre, mi ha trasmesso l’amore per l’osservazione, è un esempio per me, sembra una bambina eppure ha vissuto una vita, quando le chiedo cosa fa, dice che pensa al suo futuro.
Ti abbiamo visto a X Factor, negli anni hai collaborato anche per la scrittura dei brani di Rkomi e Angelica Bove a Sanremo e altri progetti, quando hai capito che era arrivato il momento di metterti a nudo con stare al mondo?
In generale ho sempre scritto, questo è il terzo album, per me scrivere è come respirare, mi viene automatico, è una sorta di diario, a un certo punto ho scelto di chiuderlo e di pubblicarlo, per iniziare a scriverne un altro. La scrittura per altri anche mi appassiona molto, per me si tratta di capire una persona che non sono io e aiutarla ad esprimersi, è molto interessante.
Hai detto che “stare al mondo”: “È il disco che da bambino avrei tanto voluto ascoltare, credo che mi avrebbe aiutato.” Ma chi ce lo deve spiegare, secondo te, come si dovrebbe stare al mondo? La scuola, i genitori, la politica?
Forse nessuno sa stare al mondo, nessuno degli esempi qui su, perché in fondo viviamo tutti per la prima volta, non siamo preparati per la vita.
In “chi vince che vince” dici “e tutto va troppo veloce”. In “spalle”: “Io la vita la aspetto ma così me la perdo, passa senza di me”. Nella vita ma anche nel mondo musicale, avverti l’ansia, il bisogno di essere sempre veloce e “sul pezzo”?
Ho imparato col tempo a fare la mia passeggiata, a vedere i paesaggi che interessano a me, sennò è come partire per un viaggio su una macchina veloce che guida qualcun altro e che magari vuole andare in discoteca, a me piace altro e preferisco stare al mio passo.
Ti abbiamo ascoltato sulle note di Lucio Battisti, Franco Califano. A chi tra questi e altri miti avresti voluto “rubare” i testi, le parole? E oggi il pop ha perso profondità?
Lucio Dalla è il mio mito, ma mi piacciono tutti i cantautori di quell’epoca, da Califano a Rino, Battiato, Piero Ciampi... credo che il pop abbia assolutamente perso profondità perché il mondo l’ha persa, la musica la fanno gli esseri umani, e gli esseri umani in questo momento sono meno emotivi e più isolati, ma forse c’è speranza.
stare al mondo è stato un disco per comprenderti a fondo, abbracciarti e magari “chiederti scusa”?
Sì, in un certo senso sì, ultimamente cerco di essere mio amico, di portarmi al cinema, di farmi leggere un libro, di consigliarmi un disco...sembra una cosa da pazzi, ma in fondo per volersi bene bisogna volersi bene.
Non pensi che “ansia” possa diventare un inno generazionale? Un manifesto di quello che gli under 35 vorrebbero dalla società?
Non lo so, sicuramente era quello che volevo dire io, e dato che non sono nessuno di speciale, magari ho parlato anche dei pensieri di altri, chi lo sa.