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3 marzo 2026

Fudasca a MOW: “Ultimamente mi sembra che la musica rap non rappresenti nessuno”. E sul feat. con Tredici Pietro a Sanremo e il nuovo brano “Infami”

  • di Ilaria Ferretti Ilaria Ferretti

3 marzo 2026

Fudasca a Sanremo è passato da noi, da MOW a La T Space. Davanti all’opera di Giorgio Bartocci, gli abbiamo fatto un sacco di domande, in primis se sente il bisogno che la musica italiana torni a guardare gli altri e meno se stessa e come mai per il suo nuovo pezzo, “Infami”, si è lasciato guidare da “L’odio” di Kassovitz

Foto: Ig Fudasca

Fudasca a MOW: “Ultimamente mi sembra che la musica rap non rappresenti nessuno”. E sul feat. con Tredici Pietro a Sanremo e il nuovo brano “Infami”

Fudasca ci è venuto a trovare a La T Space durante il Festival di Sanremo. Fudasca, anzi Simone Eleuteri, producer e songwriter, era in città per accompagnare Tredici Pietro nella serata delle cover insieme a Galeffi e Gianni Morandi. Noi lo avevamo fermato qualche ora prima, per chiedergli tutto. Se è vero che all’estero fare il suo lavoro è diverso, se la musica italiana oggi deve tornare a essere dura, mettendo da parte un po' i sentimenti e così tornare ai temi sociali. Anche se la realtà ci fa paura, anche se spesso ci sentiamo persi in un mare di nebbia. Lui che è giovanissimo ma ha già attraversato i confini nazionali, non ha neppure trent'anni ma ha le idee chiare. Soprattutto su dove deve andare la musica. Nella nostra breve intervista abbiamo scoperto anche un appassionato di cinema, l’ultimo progetto di Fudasca si chiama Infami (feat Ketama126, Side Baby e Close Listen) e guarda a L’odio di Kassovitz. Un film crudo, doloroso e potente.

Fudasca a La T Space
Fudasca a La T Space Leonardo Mannoli

Partiamo da una domanda banalissima. Perché "Fudasca”?

Fudasca è l'acronimo di “Fuori dalla scatola”, perché da piccolo, comunque prima adolescenza, ero in fissa con una pagina che si chiamava “Think outside the box”, e che proponeva immagini che tu dovevi guardare diverse volte, perché avevano vari significati a seconda di cosa e come le guardavi. Mi piaceva quel concetto lì, di ascoltare magari un brano più volte, per cogliere le sfumature nella musica. E quindi ho detto: “Fuori dalla scatola”.

Ci racconti che rapporto hai con Vita di Lucio Dalla e Gianni Morandi che avete scelto per la serata cover con Tredici Pietro e Galeffi al Festival di Sanremo?

Lucio Dalla per me è una delle più grandi fonti di ispirazione italiane. Io, principalmente, ho sempre ascoltato musica internazionale: però, se devo dire un artista italiano che mi ispira, è proprio Lucio Dalla. È molto bello, ma anche una responsabilità, perché comunque tocchi dei mostri sacri.

Hai lavorato tanto anche fuori dall'Italia: lì è diverso?

Beh, è diverso l'approccio per certi versi. Ci sono, diciamo, degli stereotipi, tipo che se spacchi vieni premiato subito: questo un po' è vero, e mi è stato molto d'aiuto. Soprattutto all'inizio, quando proponevo i primi pezzi magari agli americani a Londra, mi hanno premiato e poi da lì c'è stato dell'interesse anche in Italia. Però per il resto, in realtà, il modus operandi è più o meno simile. Forse è un po' effetto della globalizzazione: ci siamo un po' tutti amalgamati.

Da poco è uscito Infami feat Ketama 126, Side Baby e Close Listen e so che c'è una reference al film L'odio di Kassovitz. Che cosa ti ha ispirato di quel mondo? Che cosa volevi trasferire in questo brano?

Sicuramente il fatto che, ultimamente, mi sembra che la musica rap principalmente non rappresenti veramente nessuno. Quindi c'era la voglia, sia mia che di Ketama, Arturo e Michele, di cercare di parlare alle persone che vivono la vita di tutti i giorni, anche in modo crudo. La cosa che mi ha colpito de L'odio, è che è un film che va guardato almeno due o tre volte per cogliere tutte le sfumature: nel film c'è quel senso di non essere ascoltato, che è un po' quello che si vive tutti i giorni. Poi io vengo dalla provincia di Roma, e L’odio parla della provincia di Parigi. Ne L'odio c'è quel senso di avere una storia da raccontare e non poterla raccontare, e che poi crea un sentimento quasi anarchico: quasi a dire “se quello che vivo non ha valore, allora non ha valore niente”. Ecco, c'era voglia di raccontare questo.

Avverti una mancanza da parte della musica o dell'arte italiana in generale di trattare tematiche sociali, di indagarle poi con forza e prepotenza?

Sì, delle volte sì. Poi ci sono degli artisti che ancora ci tengono: non perché ci lavoro, anzi, ci siamo avvicinati proprio perché abbiamo un modo simile di interpretare la musica. Penso appunto a Pietro, a Mecna, a Side, a Ketama, Willie Peyote, Massimo Pericolo. Molto spesso quello che accomuna me o comunque anche le persone con cui collaboro o che mi danno dei feedback è che a certe volte manca il sentirsi rappresentati. Ultimamente sembra che la musica stia diventando, non dico elitaria, però un po' una bolla fina a se stessa: che se non mi sento rappresentato, non empatizzo. Quindi c'è la voglia di, perlomeno da parte mia e di chi collabora con me, di cercare appunto di riparlare alle persone. Io faccio sempre l'esempio dell'osteria: quel senso di avere la storia da persone normali per persone normali.

Scrivere, produrre, fare musica per te è un modo per sfuggire la solitudine, per essere compreso?

Sì, totalmente. Penso sia una cosa che accomuna un po' chi compone che, non essendo molto bravo con le parole, si rifugia negli accordi, nella chitarra. Comunque non è un periodo sicuramente di convivialità nel mondo: non voglio fare il “depressone”, però nel mondo, in generale, c'è un po' la sensazione che siamo sempre un po' più soli. Cercando di riportare in musica quella solitudine, la speranza è di riavvicinare le persone, di dire “pure io vivo questa cosa che vivi tu” e quindi non siamo soli nel viaggio solitario.

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Ig Fudasca

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