Grande è la confusione sotto al cielo, specie se parliamo di cinema. I casi dei finanziamenti negati ai film su Regeni, Bertolucci e Aldrovandi hanno portato alle dimissioni di tre membri delle commissioni per i contributi selettivi. L’esecutivo ha cercato di parare l’onda: il ministro Alessandro Giuli ha dato la responsabilità proprio agli esperti. Qualcosa deve cambiare, si dice genericamente. Ne abbiamo parlato con l’attore Thomas Trabacchi (Boris – il film, Romanzo di una strage, Ammazzare stanca), che in più occasioni si è espresso su diverse tematiche, dal compenso al lato previdenziale degli attori. Nell’intervista, però, abbiamo toccato altri punti: il tax credit, i soldi dedicati alle produzioni straniere, il possibile boicottaggio da parte delle maestranze della cerimonia dei David. Insomma, lo stato della settima arte, in ogni sua sfaccettatura.
Thomas Trabacchi, ti sei speso varie volte agli stati generali, sei tra i firmatari della lettera aperta redatta da varie associazioni: partiamo da lì, qual è la criticità che avete segnalato?
Adesso noi abbiamo il tax credit al 30%. Gli altri paesi ce l'hanno, come ce l'aveva l'Italia, al 40%. Questo è un deterrente per le produzioni straniere per venire in Italia. Quindi il Ministero ha spostato 60 milioni di euro tra i contributi selettivi dedicati appunto alle produzioni estere. È un incentivo per gli stranieri, e soprattutto per le piattaforme, a girare in Italia. Secondo me non si fa un buon servizio generale alle produzioni medio-piccole nostrane, le piattaforme che vengono a girare qua sono per lo più multinazionali.
Da una parte si vuole dare risalto alle storie italiane, ma dall’altra, dal punto di vista produttivo, si fa l’opposto.
Dall'alba dell'insediamento di questo nuovo esecutivo, quindi già con il ministro Sangiuliano, il comparto del cinema è stato messo nel mirino per motivi essenzialmente ideologici. Con un fianco lasciato aperto da chi si è occupato di audiovisivo, e quindi una minoranza di produttori che sul tax credit ci ha marciato. Ricordo che prima il fondo dedicato al cinema era di quasi 900 milioni. Queste storture hanno dato il grimaldello all’esecutivo per fare quello che sta facendo. Ma la base, ripeto, è ideologica, perché il cinema è tradizionalmente un avamposto dei progressisti.
Gli effetti reali?
Per poche persone disoneste è stato colpito un comparto sano dal punto di vista industriale, che produceva ricchezza e indotto. Noi siamo un gruppo di lavoratori, e non parlo solo degli attori, che da un punto di vista dei numeri non peserebbe così tanto sull'erario. Post-Covid c'era una domanda che era molto cresciuta, probabilmente anche una bolla di speculazione produttiva.
La narrazione che è stata fatta riguarda soprattutto gli attori.
È una narrazione falsa che tra l'altro non è stata confutata dai produttori, che quando hanno bisogno del volto famoso e della cassa di risonanza ci vengono anche a tirare per la giacchetta. Non faccio nomi e cognomi, ma di cose che non vanno ce ne sono. Penso anche che sì il comparto del cinema audiovisivo a un certo punto abbia cominciato ad appoggiarsi al credito d'imposta in maniera smisurata, cioè come se fare un film non prevedesse più il rischio di impresa. È un sistema che non si può più cambiare, non si può più tornare indietro. Poi ripeto, era un comparto che produceva ricchezza e lavoro e soprattutto un indotto che va oltre il mondo dell’audiovisivo. Perché quando un film medio-grosso si sposta in una località parte un circolo virtuoso legato al turismo, alle strutture che ospitano i professionisti che vengono a lavorare.
Il famoso moltiplicatore.
Io ho sentito un economista e lui diceva che 1 euro investito in audiovisivo non ne frutta 3, ma ne frutta tranquillamente 2. La situazione si aggrava quando parli di un settore in cui la maggior parte dei lavoratori sono intermittenti. Se c'è una domanda alta e l'offerta la copre, l'accesso al lavoro diventa meno problematico. Quando improvvisamente tu cambi le regole del gioco, e metti in difficoltà le produzioni medio-piccole, che sono quelle che hanno dovuto chiudere, l'accesso al lavoro diventa critico. Ci sono professionisti a casa con 30-40 anni di esperienza alle spalle.
Il problema oggi riguarda non solo gli attori: il discorso vale per tutte le maestranze.
Le troupe infatti sono infuriate. Io lavoro come attore da 30 anni, lavoro in partita iva, ho subito sulle mie spalle la contrazione del lavoro, ho 60 anni e non ho uno strumento di welfare che mi protegga. Non esiste. Fino a quando con Unita (associazione di cui è membro direttivo, ndr) siamo riusciti, grazie al sottosegretario Mazzi, che per esempio è dell'esecutivo che io non amo, ma devo dire è stato un uomo di parola con noi; ecco, siamo riusciti a costruire un dialogo con Inps per i parametri di accesso all'indennità di discontinuità per gli attori, dato che prima erano parametri espulsivi. Quindi siamo riusciti a portare le giornate da dichiarare in audiovisivo a 15, oppure a una media nei 2 anni, che non sono le 51 giornate necessarie prima di questo intervento.
Altri punti su cui lavorare?
Dopo la riforma Fornero, l'Enpals (Ente Nazionale di Previdenza e Assistenza per i Lavoratori dello Spettacolo, ndr) è stato assorbito da Inps, quindi lì si è creato anche uno svuotamento di competenze negli uffici locali. L’ex Enpals aveva bisogno di competenze specifiche. È un mondo molto complesso.
Come hai visto lo scarico di responsabilità del ministero sulle singole commissioni relativamente ai film di Regeni e Bertolucci?
C'è sicuramente qualcuno che non dice la verità. Io non credo che la mano sinistra non sappia cosa fa la mano destra all'interno degli uffici del Ministero. Mattia Torre ci ha scritto delle cose molto divertenti: c'è uno scarico di responsabilità automatico. E tutti fanno fuggi fuggi, perché poi non è mai colpa di nessuno.
E nel merito delle scelte?
È abbastanza increscioso quello che è avvenuto. Poi però dico: ci sono tre esperti dimissionari, con motivazioni tipo non sono d'accordo con le linee guida, chiamiamole così. Mi permetto di fare un’osservazione: se davvero fosse stato così si sarebbero dovuti dimettere alla prima occasione, non quando si viene a sapere a mezzo stampa che quei film non hanno ricevuto i finanziamenti, per poi magari dare i soldi a film discutibili.
Te la sei data una risposta sul perché abbiano aspettato?
Non posso sapere cosa succede in quei corridoi. Quando è stato rifiutato il finanziamento al film sul caso di Giulio Regeni, per il quale non dovremmo dormire la notte, la Farnesina dovrebbe essere dimissionaria perché continua a fare affari con l'Egitto quando hanno violentato e torturato un ragazzo italiano, lo stesso esecutivo che parla di identità nazionale… siamo di fronte a paradossi, siamo di fronte a interessi, siamo di fronte anche a pseudo menzogne.
Delle parole di Mollicone cosa pensi?
Non mi convincono, così come mi lasciano perplesso le dimissioni tardive dei membri delle commissioni. Mi sembra una storia piuttosto discutibile. Dobbiamo lasciare da parte polemiche quasi sempre strumentali, da una parte e dall'altra, compresa la mia. Sono convinto sia meglio prendere posizione al momento opportuno e non solo quando conviene. Sono un attore, ho delle utopie e non mi stancherò mai di esternarle. E mi immagino un mondo dove questa continua polarizzazione, anche nel gioco dell'agorà politico, finisca e non si parli più di governo-opposizione, ma si parli di governo e co-governo, perché la pensiamo diversamente, ma i problemi, quelli veri, non hanno bandiera.
In generale come la vedi la politica culturale italiana?
Più che mai incolta, sempre interessata, sempre clientelare. Vedo un gran disordine. A destra e a sinistra. Purtroppo è una classe dirigente non all'altezza del momento che stiamo vivendo, che poi si produce in decisioni che, viste da persone normali, sono semplicemente folli. Ritornando alla domanda di prima: se avessi visto fuori dai finanziamenti il film su Regeni mi sarei dimesso all'istante.
Il passaggio Sangiuliano-Giuli, con la sottosegretaria Borgonzoni confermata, com’è stato?
Non commento il modo in cui Sangiuliano se n’è andato, nel mezzo di uno scandalo a luci rosa. Dopodiché, in fretta e furia, arriva Giuli. Io lo vedevo da Lilli Gruber, che teneva, devo dire, anche dignitosamente una certa eleganza. Doveva mettere ordine, ma di fatto ha mantenuto la linea. E la linea di questo Ministero è: l’audiovisivo è un mondo di persone di sinistra che sfruttano il sostegno pubblico. Perché questa è la loro narrazione. Hanno pensato a tagliare un po' di rami.
Che le regole del tax credit dovessero cambiare lo dicevano un po’ tutti.
È assolutamente vero. Andava cambiato qualcosa, anche al di là del caso Iervolino e di Villa Pamphili, che lì veramente siamo dentro una serie Netflix.
Adesso la Guardia di Finanza ha chiesto i dossier di altre produzioni molto importanti.
Vero anche questo. Ma ci sono dei dati di fatto. Io ho partecipato di recente a un incontro al Ministero della Cultura, la sottosegretaria Borgonzoni ha detto che c’è la consapevolezza che con meno di 700 milioni sul fondo cinema il sistema rischia di collassare, non ce la facciamo. Il risultato è che ci sono 606 milioni.
Quei soldi che mancano da dove verranno presi?
Non verranno presi. I professionisti che hanno lavorato per decenni con una certa costanza improvvisamente hanno visto contratte le entrate, c’è chi ha smesso, chi si è inventato un altro lavoro, chi è disperato, chi ha chiesto i prestiti, chi è stato aiutato dai familiari come il sottoscritto.
Tavoli aperti ce ne sono?
Sì, ripeto, c'è stata comunque la possibilità di ottenere qualcosa a livello previdenziale. Io ho sempre avuto l'impressione di essere ascoltato. Quindi non c'è un muro totale. Talvolta sembra di avere di fronte persone che non per cattiveria ma semplicemente per complessità non riescono a cambiare le dinamiche del sistema. Le piccole e medie produzioni sono ancora in difficoltà, la contrazione del lavoro c'è e sta aumentando.
Abbiamo parlato praticamente solo di soldi.
Era un vecchio discorso di Elio Petri. Lavoriamo e veniamo risarciti per la nostra fatica in denaro. Questo è il patto sociale. Tu lavori, scrivi il tuo pezzo e vieni pagato. E finisce lì? No. A tua volta li investi in qualcosa che ritieni opportuno e necessario, un risarcimento reale per la tua anima, per la vita che stai conducendo. Se si ferma lì, che io lavoro e prendo i soldi, la società diventa asmatica da un punto di vista dei valori etici e morali. Quindi anche il dibattito che si fa su ogni film, se ha incassato o no, è improprio. È un'arma che ha usato soprattutto la stampa vicina all'esecutivo, fatta tra l’altro da persone anche colte, ma che prendono delle scelte interessate e che facendo quei ragionamenti sono al limite, a mio modo di vedere, dell'irresponsabilità.
Della questione dei cachet agli attori ritenuti eccessivi cosa pensi?
Parliamo di persone che lì ci sono arrivate con il lavoro. Il direttore di un giornale quanto guadagna? Uno che diventa ceo di una qualsiasi azienda nostrana quanto guadagna rispetto a uno che sta in catena di montaggio? Dopo ci sono delle sovvenzioni pubbliche, ma non è che io prendo i soldi del tax credit. Io firmo un contratto, il produttore mi paga. Se poi il produttore non fa le cose che deve, non posso essere io a pagarne le conseguenze.
E dell'Italia senza film a Cannes?
Tenderei a non mischiare le cose. Probabile che sia una contingenza. La contrazione del lavoro sicuramente non ha aiutato, ma è possibile anche sia un fatto che sfugge alle logiche produttive e dipende semplicemente da chi seleziona.
Le maestranze potrebbero non partecipare alla cerimonia dei David.
Capisco, davvero, che siano infuriati. Ritengo però che non andare ai David sarebbe un errore. I David non sono una festa, sono il riconoscimento che gli operatori del settore danno ad altri professionisti come loro. È una celebrazione, sarebbe come tirarsi la zappa sui piedi. Bellocchio diceva una cosa su cui concordo: uno sciopero generale sarebbe più utile. Certamente la difficoltà sta nel mettere in atto un fermo completo del comparto, unendo gli intenti di tutte le associazioni. E c'è anche da dire che in un momento tale di contrazione del lavoro, dove i set operativi in Italia sono pochi, di cui molti stranieri, uno sciopero generale avrebbe poco senso. Però sarebbe un segnale, cioè l'unico segnale che io darei di protesta vera sarebbe mettere tutti gli artisti con le braccia conserte per far capire alla società civile cos’è la vita senza racconti, senza canzoni, senza storie. Di nuovo, capisco la rabbia delle maestranze, capisco anche la suggestione di boicottare quella serata, ma non sono d’accordo. E aggiungo che noi attori abbiamo un altro problema.
Cioè?
Siamo visti come dei privilegiati, quando privilegiati non siamo. È un lavoro come tanti altri, anche duro, dove c'è un sommerso che non guadagna cifre iperboliche, ma per portare a casa la pagnotta fa tante cose diverse. Quando io però vado a Venezia sul tappeto rosso vestito con un abito di lusso e parlo di politica, il rischio è essere percepito come, passami il termine, un paraculo. Ammiro molto Elio Germano per come si espone, so che persona è, so quanto è integro e quanto è onesto intellettualmente, e lo stesso facciamo noi con l'Associazione Unita. Avere paghe basse, tra l’altro, significa uccidere la nostra competenza di base, equivale a dire: solo chi è ricco di famiglia può diventare attore. Questo non deve succedere.