È giusto o no che Io sono notizia, serie Netflix su Fabrizio Corona, abbia ottenuto il tax credit? La domanda è legittima ma mal posta: il credito d’imposta è automatico se vengono rispettati certi criteri. L’argomento, però, per questo vantaggio non conta. Giulia Bocaletti, avvocatessa specializzata nella tutela del diritto d’autore, ha lavorato alla serie con Media Bloom House, casa di produzione che ha richiesto il tax credit. Parlare di Io sono notizia non basta. È il punto di partenza per affrontare, più in generale, il rapporto tra cinema e credito automatico, piattaforme e autorialità, soldi pubblici e difficoltà di un’industria. Il credito d’imposta non è privo di storture (la Procura di Roma ha raccolto materiale per grosse produzioni come M – Il figlio del secolo e Queer) e alcune cose, forse, andrebbero riviste.
Giulia Bocaletti, la confusione intorno alla serie su Corona è continuata anche nelle settimane successive?
Direi di no. La posizione della produzione, ma anche di Netflix, era quello di non alimentare polemiche, e quindi non controbattere.
Te la sei data una ragione per quel dibattito?
La questione tax credit era stata raccontata molto male, faceva pensare a una selezione da parte di una commissione, come se l'opera che racconta Corona avesse avuto incentivi pubblici al posto di altre. In realtà è tax credit. Va al di là del contenuto editoriale dell'opera, se si rispettano alcuni requisiti stabiliti nella norma, che sono oggettivi, eleggibilità culturale, nazionalità italiana, elementi che vanno al di là della storia raccontata, si ha diritto all'incentivo fiscale. Per come era stata narrata, sembrava che il ministero della Cultura, avesse dato 700mila euro per la serie.
Ciclicamente però quello dell’opportunità del tax credito è un tema che si pone.
La situazione attuale nasce dopo il Covid: per riuscire a sostenere il cinema sono state fatte delle norme in sostegno, per cui riconoscevano questo 40% di credito d'imposta. Prima era il 30%, hanno alzato al 40%, e logicamente anche un esonero da distribuzione delle sale cinematografiche, perché in quel momento erano chiuse. Il cinema ha avuto questo incentivo abbastanza alto, e il fatto di non aver più nemmeno l’obbligo della sala ha creato una bolla, si produceva ma nessuno fruiva di queste opere.
Questo a cosa ha portato?
A un prosciugamento delle risorse economiche. Durante il Covid lavoravamo tanto, non c'erano le maestranze, le persone non avevano tempo per le troppe produzioni. Tutti facevano i film perché era vantaggioso fare i film. La necessità di stoppare questa bolla produttiva e la volontà di portare avanti una manovra economica del governo ha fatto sì che venissero stretti i rubinetti. Questo ha favorito le grandi produzioni.
Soprattutto in termini di distribuzione.
Si è creato un doppio meccanismo falsato: le grandi produzioni, che tra parentesi vuol dire che hanno possibilità di sopperire a eventuali mancanze di tax credit, avevano comunque il credito perché rispettavano i benefici; le piccole produzioni, invece, non potevano produrre perché non riuscivano ad andare in sala. Pare che sia in arrivo una nuova normativa in cui si cerca di fare un bilancio tra la situazione di prima e quella di adesso. Poi si è arrivati ad un altro meccanismo, ed è qui secondo me che nasce la polemica rispetto a Corona.
Cioè?
I grandi player che vanno con gli streamer. Quindi vuol dire unire i grandi capitali alle grandi produzioni che beneficiano del tax credit.
Tenere automatico questo meccanismo indipendentemente dalla potenza della produzione è ancora vantaggioso? Chiaramente questo ci porta tante produzioni straniere.
Le proposte che erano state fatte e probabilmente non accolte, perché noi stiamo aspettando l'emissione del nuovo decreto tax credit, erano proprio per modulare il credito a seconda della capacità produttiva. Non si può eliminare, perché gli incentivi richiamano anche produzioni straniere, che significa soldi a beneficio dell'industria. Serve ripartire le risorse finanziarie in modo proporzionale.
C’è disponibilità ad accogliere queste richieste?
Credo ci sia distanza, il dialogo tra i grandi player e il governo incide inevitabilmente nelle scelte politiche sul settore. Le major hanno un peso maggiore che probabilmente fanno sentire all'interno del governo. Motivo per cui per esempio l'aliquota proporzionale non passerà.
Cosa non sta funzionando nei controlli dei costi? È stato aperto un fascicolo per varie produzioni grosse.
I revisori contabili valutano tutte le spese e poi mandano una relazione che il Ministero ricontrolla, poi a campione ci può essere un ulteriore controllo sulle spese eleggibili. Mi sembra che il sistema ispettivo sia valido. Poi siamo sempre all'interno della logica italiana, che un po' cerca di aggirare la norma. Nel panorama italiano si fa affidamento su fondi selettivi, i tax credit e film commission. Aprirsi alle coproduzioni, trovare degli investitori, aprirsi a una metodologia di finanziamento diverso da quello statale è necessario.
Sembra quasi che il produttore faccia da gancio tra lo Stato e gli istituti finanziari che gli prestano i soldi per partire con la produzione.
È la logica di andare in pari, che da un certo punto di vista è comprensibile. Se questo serve a creare prodotti di livello va bene, ma se questo serve solo a un sistema chiuso in se stesso dove l'opera non esce neanche allora no. La cultura se non è fruita è un po’ inutile. Bello far lavorare le maestranze, bello far lavorare gli attori, ma se poi l’opera rimane nel cassetto lo scopo finale non viene raggiunto. Non sono a favore dei tagli alla cultura, ma se questo dà una shakerata a un sistema che può essere più dinamico allora ne possiamo discutere.
Legare finanziamenti alla presenza in sala è ancora realistico?
Togliere questo requisito vuol dire eliminare le sale. La sala non deve scomparire e non deve neanche diventare solo appannaggio dei più forti, anche perché questo significa trovare al cinema opere estremamente commerciali, salvo 3-4 registi illuminati.
L'altra sfida è quella del rispetto al diritto d'autore.
Con i grandi streamer c'è un buyout di tutti i diritti, negoziare è molto difficile. Dove non c'è negoziazione, l’industria diventa standardizzata. Non c’è trattativa, dalla prospettiva autoriale, con uno streamer che porta l'80% del budget.
Fondamentalmente l’autore diventa un correttore di bozze già pronte.
Esatto. Un autore probabilmente ha compensi anche soddisfacenti nel momento in cui lavora per una grande piattaforma, ma rimane il tema del pagamento proporzionale in base allo sfruttamento delle opere. È sempre più difficile vedere quanto effettivamente vengono viste. La direttiva copyright dell'Unione europea chiedeva trasparenza rispetto a questi dati proprio al fine di garantire il pagamento equo rispetto alla fruizione. Questa è anche la lotta da portare avanti. Sulle grandi piattaforme è difficile da attuare, anche perché stai parlando di produzioni di broadcaster esteri.