Sean Penn, vecchio bastar*o. Nella notte degli Oscar tra il 15 e il 16 marzo 2026 lo hanno annunciato come miglior attore non protagonista in Una battaglia dopo l’altra, dove interpreta il colonnello Steven L. Lockjaw. Il film di Paul Thomas Anderson si prende sei premi, il più vincente della kermesse californiana. Era meglio Il petroliere, dicono. Kieran Culkin legge il nome di Penn ma lui non c’è al Dolby Theatre. “È in viaggio”, si dice. Quella statuetta d’oro non arriverà mai sul suo scaffale di casa. Verrà probabilmente fusa: l’oro di Los Angeles è buono per i proiettili. Bossoli da caricare sui fucili dispiegati al fronte orientale. Sean Penn, si dice, è in viaggio verso l’Ucraina. È la terza volta che viene premiato dall’Academy, ha raggiunto Daniel Day-Lewis in questa classifica. È nel gotha del cinema. Ma Sean Penn è assente nel momento in cui supera i cancelli del cielo, non ritira di persona la statuetta né la fa ritirare da qualcuno. Tra i volti dei candidati il suo è ridotto a fotografia. Non è nemmeno in streaming, non manda nessun videomessaggio. Semplicemente non c'è. Come Bob Dylan quando vinse il premio Nobel per la letteratura o Stanley Kubrick nel 1969 quando ottenne l’Oscar per i migliori effetti speciali per 2001: Odissea nello spazio (che non realizzò in prima persona).
Sean Penn, brutto figlio di put*ana, dove sei? In viaggio su una jeep, masticando tabacco con la guancia gonfia e sputando di tanto in tanto in un bicchiere di carta. Pantaloni cargo militari, maglia nera attillata, vene che esplodono sulle braccia e sul collo e denti stretti. I muscoli facciali tirati all’inverosimile. Daniel Day-Lewis ha passato anni in Italia, allievo di un calzolaio, dopo una vita dedicata a interpretare qualcun altro. Il ritiro momentaneo di una leggenda. Sean Penn invece - si dice - è proprio impazzito: l’hanno visto fumare al Beverly Hilton Hotel durante la cerimonia dei Golden Globe e boicottare anche la premiazione per gli Actor Awards e i Bafta (entrambi vinti). Davanti alla meglio gente di Hollywood non manda nessun fattorino a ritirare per lui la statuetta, non si preoccupa di ringraziare nessuno: semplicemente se ne frega. Ha altre priorità. Tempo di guerra, non di red carpet. Parlare di Sean Penn dopo la notte dell’Academy prevede l’uso di tante negazioni: non ha fatto, non ha detto, non ha voluto (sicuramente avrebbe potuto, ma non ha voluto). È in viaggio, si dice. Verso il fronte probabilmente. In valigia gli altri due Oscar: metallo buono da far piovere sui russi.