Nouvelle Vague di Richard Linklater e quello che vogliono farci vedere al cinema quando nasce un sentimento. Un movimento, “un’onda nuova”, una ribellione verso quel “cinéma de papa”: la Nouvelle Vague era il flusso del reale, era vita uscendo per le strade. Il modo di fare cinema doveva cambiare perché non era più capace di rispecchiare i ragazzi degli anni Sessanta in Francia, quei giovani liberi che nella settima arte sarebbero stati anche rivoluzionari (e chissà se lo sapevano già). Volevano mostrare la verità, la loro, quella che vedevano. Bisognava fregarsene della perfezione e aggrapparsi al senso, al significato. Cosa sto dicendo? Cosa voglio dire? Anche se poi, proprio guardando il piacevole film-omaggio di Richard Linklater in sala (in 4:3 e in bianco e nero), diversissimo da Il mio Godard di Michel Hazanavicius, sembra che anche il regista di Je vous salue, Marie, sul set del suo primo capolavoro, À bout de souffle/Fino all’ultimo respiro (1960), non sapesse benissimo cosa fare. Come in una fotografia scattata in analogica, in cui si vede qualcosa, ma tanto resta parte di un mistero. Così, nel "film sul film", appare il set di Fino all'ultimo respiro, i suoi dialoghi-non dialoghi, la luce naturale, il montaggio sconnesso, l’improvvisazione, quei venti giorni di riprese in Francia, tutto sfumato, in mezzo un bagliore chiamato Nouvelle Vague. Forse Godard lo sentiva già, il mondo lo avrebbe scoperto più tardi.
Nouvelle Vague di Linklater, dicevamo, è la storia di Jean-Luc Godard nel momento in cui gira Fino all’ultimo respiro. Un film con un'ambientazione e un cast incredibilmente simili agli originali (Zoey Deutch è Jean Seberg, il perfetto Guillaume Marbeck è Jean-Luc Godard, Aubry Dullin è Jean-Paul Belmondo, Adrien Rouyard è François Trouffat). Qui Godard non ha neanche trent'anni e sente di essere già in ritardo. Non mancano momenti per parlare di Cannes, di Rossellini, e poi l'aspetto più affascinante: Linklater decide di mostrarci i volti, i nomi di tutti (o quasi) gli artisti del movimento. Chi ha appena visto il film del regista americano o ha recentemente recuperato la filmografia figlia di quel periodo storico, difficilmente riuscirà a guardare al domani senza abbandonarsi alla tristezza. Senza fuggire la nostalgia, senza crogiolarsi nella solita e amara convinzione che un cinema così non ritorni mai più. E che tutto sia finito per sempre. Rohmer, Chabrol, Varda. Alle spalle un'era folgorante, davanti a noi cosa? Eppure la verità è che questa "disperazione” anziché annichilirci dovrebbe svegliarci, perché Jean-Luc Godard, François Truffaut non “rifonderanno” i loro nomi, ma ce ne saranno altri che diranno cose diverse, in modo diverso se sapranno uscire dai soliti schemi, conflitti rassicuranti, soggetti stereotipati e così via (e svariati titoli candidati agli Oscar questa volta ci vengono in aiuto, basta pensare al grido di naturalezza di Hamnet di Chloé Zhao o l'analisi emotiva di Sentimental Value di Joachim Trier). Servirebbe piuttosto usare la disillusione, dirottare quella sensazione di “disfatta” in nostro favore per costruire un cinema legato al reale e riacquisire la voglia di fare gruppo, ricominciando a fare film "in modo politico" come diceva Godard e ad avere coraggio di immaginare sentieri diversi (specie in Italia). Aggrapparsi a un'idea e rifondare così un manifesto, ancora "vago" forse, imperfetto, ma finalmente Nuovo.