Federico Frusciante è morto, viva Federico Frusciante. Non è solo un gioco retorico: è il modo più onesto per raccontare uno che ha fatto del cinema non un mestiere, ma una condizione dell’essere. C’è un momento nella vita di ognuno in cui una scelta apparentemente marginale diventa destino. Per Frusciante quella scelta è stata rientrare in una sala cinematografica, ancora e ancora, fino a farne una casa. Perché per uno come lui, che parlava, scriveva, riprendeva e probabilmente sognava di cinema, andare al cinema non era un gesto culturale: era un atto biologico. Non si trattava di decidere se vedere un film, ma di capire quale vedere per primo. Che fosse un horror di serie Z o l’ultimo film di un autore consacrato, la dinamica non cambiava. La sala era il luogo dove la vita si condensava, si deformava, si amplificava. E lui stava lì, in mezzo agli altri, non sopra. Il cinema è vita, la vita è cinema: in pochi come Federico Frusciante hanno reso questa formula qualcosa di concreto, quasi fisico. Divulgatore, critico, polemista, performer involontario: guardare un suo video era come trovarsi sotto il palco durante un concerto new wave, travolti da un flusso continuo di parole, giudizi, citazioni e improvvise accelerazioni. Parlava “a dumila”, come diceva lui, e non era solo una cifra stilistica: era il riflesso di una mente che correva alla stessa velocità delle immagini che amava. Non c’era patina, non c’era costruzione estetica ricercata. A chi gli chiedeva più montaggio, più effetti, più inserti rispondeva con disarmante coerenza: “Se investissi maggiore tempo nei video lo sottrarrei al cinema, e questo non me lo posso permettere”. In quella frase c’è tutto. Il mezzo era subordinato al fine. Il commento era sempre figlio della visione, mai il contrario. Anche la sua videoteca a Livorno, la Videodrome di via Magenta 85, non era un’operazione nostalgica ma un’estensione naturale di quell’urgenza: creare uno spazio dove il cinema potesse continuare a circolare, a essere toccato, discusso, rimesso in movimento. Il suo canale YouTube, con video chilometrici e infiniti, oppure brevi e taglianti, era la naturale prosecuzione di questo percorso. Nessuna strategia, solo “occhio e cuore”. E anche tanta testa.
Quando è entrato nel collettivo de I Criticoni insieme a VictorLaszlo88, Davide Marra e Francesco Alò, non ha cambiato pelle: ha semplicemente allargato il raggio d’azione. Era già successo con I Licaoni anni prima. Anche lì non c’era strategia calcolata né riposizionamento d’immagine, solo il desiderio di parlare di film con altri che avessero la stessa fame. E così, superati i cinquant’anni, si è ritrovato a riempire teatri e sale cinematografiche in giro per l’Italia, a guardare un film e poi a discuterne davanti a centinaia di persone. Non erano lezioni, ma battaglie amorose. Ci si arrabbiava, si esaltava, si discuteva senza filtri. Il pubblico non era spettatore passivo: era complice. In un’epoca in cui la critica spesso si rifugia nel distacco o nella diplomazia, Frusciante ha scelto l’esposizione totale. Quando un film lo deludeva lo diceva senza attenuanti; se lo entusiasmava, lo difendeva con la stessa energia. In un Paese di sepolcri imbiancati e finto perbenismo, Frusciante era una tempesta che puliva le strade di tutti queste lordure piccolo-borghesi. Non cercava l’equilibrio, cercava la verità del momento. Leggeva tutto, ascoltava tutto, guardava tutto ma dopo c’era sempre il suo giudizio. Non cercava l’oggettività, cercava il cuore delle cose, la sua intermittenza del cuore. Che poi fosse un basso distorto punk, questo è un altro discorso.
Forse è per questo che la sua figura somiglia a quella di uno zio un po’ strambo, certamente eccessivo, ma capace di farti scoprire un mondo intero solo perché ci credeva davvero. Le scelte che ha fatto, entrare in una videoteca, accendere una telecamera, sedersi in una sala qualunque, sono diventate, per riflesso, anche le nostre. Ci ha insegnato che il cinema non è un oggetto da classificare ma un’esperienza da attraversare. Se l’amore, ridotto all’osso, è una tempesta neurochimica fatta di euforia e attaccamento, allora i suoi video sono stati una forma di contagio emotivo: un trip d’amore per le immagini, per le storie, per quella luce che si accende in sala e trasforma tutto. Federico Frusciante non ha mai separato davvero lo schermo dalla vita quotidiana. Per lui erano la stessa cosa. Ed è forse per questo che oggi, entrando in un cinema, sarà impossibile non pensare che da qualche parte stia ancora parlando “a dumila” anche per noi.