C'è un alito di vento africano che spira lungo tutto Le cose non dette, ultimo lavoro di Gabriele Muccino. Il crepuscolo di Tangeri, la fotografia calda che dà anima alla storia, contrapposta alla luce fredda e brutale di un interrogatorio che scandisce il film: perché a Tangeri, oasi lontana e terra franca, si annida un segreto terribile. Sono le “cose non dette” che Carlo, Elisa, Paolo, Anna e la piccola Vittoria riportano a casa, a Roma, lontano da sole del Marocco: è la perdita dell'innocenza definitiva, per tutti loro.
Elisa, interpretata da Miriam Leone, se lo ripete spesso: basta spostare lo sguardo, per cogliere l'essenza delle cose. Quando lei ci riesce, trova l'ispirazione per scrivere un nuovo articolo e persino il rapporto con Carlo, Stefano Accorsi, sembra tornare quello di prima: la felicità che si erano dati all'inizio della loro storia, a Tangeri è di nuovo lì, come se non se ne fosse mai andata. Basta spostare lo sguardo anche su Anna (Carolina Crescentini), la moglie di Paolo (Claudio Santamaria): migliore amico di Carlo dai tempi dell'università, è solo andando insieme in vacanza, che l'ossessione della donna si scopre nella sua gravità.
I personaggi di Gabriele Muccino sono incarnazione delle nevrosi della generazione a cavallo tra i 40 e i 50 anni: una generazione che fa i conti con chi è diventata e con la vita che è passata; per loro non è più tempo delle infinite possibilità, il mondo si è ristretto. Rimangono le scelte, quelle sì infinite: basta una frase non pronunciata, una verità nascosta, per cambiare il corso degli eventi. Se la prima volta, al ristorante, Carlo avesse detto agli altri che Blu, la cameriera del locale, era una sua studentessa alla facoltà di filosofia, tutto si sarebbe fermato lì. Invece è partita una catena di bugie, con la ragazza che si è spinta persino fino a Tangeri per seguire Carlo, di cui è perdutamente innamorata.
In Le cose non dette ritroviamo i temi cari a Gabriele Muccino. Per tutto il film infatti, l'impressione è di essere davanti alla summa del cinema mucciniano: i tradimenti, le urla, il tema della gioventù che è passata, le amicizie profonde. Stefano Accorsi, come ne L'ultimo bacio, tradisce la compagna con una ragazza più giovane, ma le similitudini tra i due film non vanno oltre questo consapevole deja-vu. Perchè qui a Muccino non interessa la crisi di coppia, o almeno non solo: è quello che ci lascia credere fino all'ultimo, quando la storia spiazza e costringe lo spettatore a spostare lo sguardo. È lì che Vittoria, la figlia appena tredicenne si svela.
La ragazzina non era solo la figlia di una coppia di amici, quella di Paolo e Anna: non era il personaggio inserito in sceneggiatura per diventare contraltare al disturbo ossessivo della madre, né per rappresentare la mancanza di Elisa e Carlo che, al contrario dei loro amici, di figli non riescono ad averne.
Vittoria è l'osservatrice delle vicende che rimane laterale rispetto al corso degli eventi, salvo imporsi come protagonista degli ultimi minuti: il nuovo, terribile seme, delle parole non dette. E ancora di più, l'alibi che gli adulti hanno costruito per rimanere sospesi tra le loro cose non dette.
Gli ultimi istanti, con Vittoria davanti allo specchio che balla in versione tik toker, è il prosieguo naturale delle ragazza di Ricordati di me ai provini: l'ambizione a qualsiasi prezzo scambiata per l'ottenere ciò che si vuole a qualsiasi prezzo, impunemente. Per tutto il tempo, Muccino non stava parlando di coppie: stava parlando di adolescenti.