Sono bastati cinquanta minuti con Camillo Langone per capire chi dei due era il più conservatore. Lui ascolta, o almeno sa chi siano, I Cani e Tutti Fenomeni, io ascolto il primo Vecchioni (Parabola, Due giornate fiorentine e così via). Lui non guarda film perché sono una cosa novecentesca, io li guardo, proprio perché sono novecenteschi. Dei romanzi, poi, non parliamo; io sto rileggendo L’uomo che fu giovedì di G. K. Chesterton. Lui odia la poesia, io amo la lirica senza sperimentalismi (e gli nominò il più vetusto dei poeti italiani viventi, Umberto Piersanti). Per lui il giornalismo è morto, per me è morta l’industria giornalistica (entrambi concordiamo sulla lenta agonia del giornalismo italiano, questo sì), quindi do ancora un po' di speranza al vecchio cane da guardia del potere. Lui guarda con simpatia (o ammirazione?) case vecchie tipicamente lombarde e case piastrellate anni Sessanta/Settanta, a me sembra che siano indistinguibili dagli orrori più recenti, palazzoni grigi e ugualmente immagine di quel fumo di Londra che proprio Chesterton criticava parlando dell’esportazione europea in una Cina ben più variopinta (forse perché vengo da una città medievale e studiavo a pochi passi da un cappellone affrescato da alcuni allievi riminesi di Giotto).
Su alcune cose concordiamo. Entrambi ci stupiamo di quanto siano brutte le chiese moderne, come quella di San Giuliano, che conserva soltanto l’ingresso originario, pare, certamente rovinato da candele di plastica. Sul resto, dice Langone, “si vede che avevano tanti soldi, quindi potevano fare tanti danni”. E a me viene in mente una frase di Alain de Benoist, secondo cui i soldi rendono la ricchezza volgare. Ci sono cose su cui è invece più conservatore lui di me. Non paga con il bancomat ma con le banconote, indossa giacca, camicia e cravatta, io un maglione. È un isolazionista totale, come qualche primitivo (cioè delle origini) libertario americano (Ottocento), io un europeista bellicoso (contrario alla leva obbligatoria, va da sé), quindi evidentemente più moderno (Novecento). Lui aborrisce la piazzetta di San Giuliano Milanese, un po’ fascista e decisamente poco italiana, con mini market stranieri, parrucchieri cinesi e un bar Roma in via Piave. Io, per motivi anche anagrafici, ho in orrore tutto questo ma non lo vedo come un simbolo della dissipazione moderna. Ci sono cose di cui non parliamo e su cui certamente lui è molto più conservatore di me (per esempio sui diritti, visto che io sono certamente un liberale o, come mi ha definito lui una volta, un “prevostiano di sinistra”, mentre lui è un “prevostiano di destra”). Ma mi stupiscono i suoi gusti culinari. Quando gli chiedo di un ristorante milanese mi consiglia Ratanà, che è sì tradizionale ma con variazioni moderne, per stessa ammissione dello chef Battisti. Lui mi definirebbe, anzi mi ha definito, preistorico e forse pure reazionario (ma sui gusti, poiché in politica mi batte), io lo definirei più buono, aperto e progressista di quanto non sembri dalle sue Preghiere (almeno sui gusti, poiché in politica lo batto). E forse proprio per questo è evidente che sia un grande scrittore.