Pioggia di curricula a Sanremo, ora che si è liberato un posto da co-conduttore: Carlo Conti avrà da fare. Non si spiega altrimenti l'assenza di dichiarazioni, una qualsiasi, da parte del direttore artistico del Festival sulla questione che sta tenendo col fiato sospeso la destra, preoccupata per le sorti del Paese, della libertà di pensiero e della democrazia tutta: Andrea Pucci che s'è ritirato da Sanremo.
Su Pucci che al venerdì viene annunciato come co-conduttore della terza serata e alla domenica ci ripensa perché mancano i presupposti per poter esercitare la professione, tutti hanno detto la propria: tutti, tranne Carlo Conti. Cioè colui che lo avrebbe scelto e invitato in riviera: che fine ha fatto Carlo Conti? A controllare i curricula? A telefonare a tutta la rubrica telefonica, implorando qualche comico amico di liberarsi al giovedì sera, pure se aveva calcetto?
Si è persa nel rumore che sta accompagnando la vicenda, eppure pesa molto l'assenza di Carlo Conti: silenzio via stampa, silenzio via social, dove l'ultimo segno di vita sono gli auguri al figlio Matteo. Nel frattempo, dall'annuncio di Pucci sul palco dell' Ariston al fianco di Conti e della Pausini, ci sono stati gli articoli, i vecchi contenuti social di Pucci che spuntavano fuori, a ricordare che fuori dal palco il comico ha dei trascorsi che poco si addicono al ruolo nazionalpopolare che sarebbe andato a ricoprire: sul palco più importante della tv italiana, oltretutto. Poco dopo, gli esponenti del PD in commissione di vigilanza, chiedevano che i vertici Rai spiegassero la scelta del comico “palesemente di destra, fascista e omofobo”. Fino alla rinuncia ufficiale di Pucci stesso, per cui si è scomodata la -anzi: il- Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, la seconda carica dello Stato Ignazio La Russa e giù a scendere. Attraverso apposito comunicato stampa, la Rai ha espresso rammarico per la decisione del comico a seguito delle gravi minacce ricevute e del clima di intimidazione nei suoi confronti”. E ancora: “Non resta che esprimere preoccupazione per il clima d’intolleranza e di violenza verbale generato nei confronti di un artista che ha fatto della satira e della comicità non conformiste il suo modo di esprimere libertà di pensiero”.
Bisognerebbe comunque capire cosa si intenda per “intolleranza e violenza verbale”: perché gli articoli che contestavano la scelta sono semplicemente diritto di critica, banale estensione dell'articolo 21 della Costituzione, e altrettanto per i commenti social . Ad eccezione di quelli offensivi che, purtroppo, infestano il web rendendolo un ambiente tossico anche per gli sconosciuti: del resto Pucci sa bene come funziona, dato che quando derideva la Schlein per l'aspetto fisico, non stava certo criticando la visione politica della segretaria del Partito Democratico.
Su quel palco sono passati Angelo Duro, Pio e Amedeo: comicità di grana grossa, che si è presa i suoi strali e ha comunque portato a casa il monologo previsto.
Che Carlo Conti non ami le polemiche, lo sappiamo: ma in questo polverone generale di fuffa e termine “censura” usato a caso, una parola dal direttore artistico del Festival ce l'aspettavamo. Che rivendicasse la scelta, che spiegasse la motivazione o che, pure lui, esprimesse rammarico per la situazione creatasi: Carlo, dì qualcosa. Una qualsiasi, ma dì qualcosa da direttore artistico.
In fondo, a Pucci cuor di leone bastava spiegargli che articoli e commenti social sono una bolla, rispetto alla platea che guarda Sanremo: il pubblico televisivo è molto più ampio, con una larga componente di telespettatori che ignora i commenti su X e se legge gli articoli, spesso non si avventura oltre il titolo. Bastava ricordargli che quei biglietti che vende a teatro, non se li compra mica da solo: pure quelle persone lì guardano Sanremo.
In sala all'Ariston poi, nemmeno a parlarne. In prima fila siedono dirigenti e vertici, cioè quelli che hanno espresso rammarico per la rinuncia, e i volti dell'azienda stessa; il resto, sono persone che hanno pagato i biglietti profumatamente e che difficilmente contesteranno un uomo vicino al governo. All'Ariston semmai, vale il contrario: nel 2013 ad esempio, Maurizio Crozza venne fischiato per aver imitato Berlusconi e ne uscì con le ossa rotte, dimostrando di essere un animale da studio televisivo ma non da palco. Probabilmente un comico cresciuto a sagre di paese, che deve sgomitare per avere un briciolo di attenzione mentre la gente mangia, se la sarebbe cavata meglio nel rimettere il pubblico al suo posto.
Ecco, bastava spiegargli tutto questo, al Pucci che ritiene non ci fossero più i presupposti per esercitare la professione: appena qualche giorno, tempo che la polemica si spegnesse, e i presupposti in realtà c'erano. Bisognava solo salire sul palco come hanno fatto tutti quelli che sono stati criticati prima di lui.