In un’intervista del 2009, Les Murray, il più grande poeta australiano contemporaneo, padre di un figlio autistico, disse: “Molta arte oggi, perlomeno, è autistica. Perché si dà per assodato che non devi essere sentimentale, quasi non devi avere sentimenti. Vorrebbero un’arte automatica, diamine se questo è autismo!” Luminoso paradosso, poiché oggi sappiamo che l’autismo non è apatia, cinismo, insensibilità. Allo stesso tempo, la diagnosi che faceva Murray dell’arte era approssimativamente vera. Oggi si producono libri per il piacere di apparire intelligenti. C’è, in questo, un’esigenza a risultare in qualche modo “autistici” (così come diceva Murray) e cioè estranei al flusso dei sentimenti individuali. Eppure l’autismo, quello vero, può attraversare la poesia come pietra tagliente, come spigolo vivo su cui la parola di un poeta si incaglia, si graffia, si lascia ferire. Così è accaduto a Umberto Piersanti, il più grande dei poeti che abbiamo in Italia, poiché non ha inventato nulla, non si è vantato della sua intelligenza, della sua cultura (se lo fa, lo fa con ironia fuori dai suoi libri, nelle conferenze o al bar), ma ha pensato al canto, e cioè si è posto di fronte al mondo come solo i veri poeti sanno fare. E cioè cantando, davvero, senza idealizzare. Niente prova con più chiarezza questa lirica senza idillio dell’ultima raccolta di Piersanti, un’antologia delle sue poesie su Jacopo, scritte tra il 1994 e il 2025, pubblicata, proprio con il titolo di Jacopo, da Interno Poesia.
Chi è Jacopo? Prima di tutto un figlio e non un oggetto poetico. Non è una luna, un bosco, un fuoco. È piuttosto una storia, o una serie di storie, che hanno dentro il fuoco, il bosco e la luna che caratterizzano da sempre la poesia di Piersanti. Jacopo è anche un soggetto scomodo, un figlio-nemico, un alleato nella solitudine, un silenzioso compagno di viaggio. Un rematore, una pecora e, chissà, talvolta un pastore. È anche un naufrago, “nella zattera dove stai / senza compagni” come si chiude una delle poesie più belle e note di Piersanti. Una giostra che lo affascina, perché questo figlio, la cui purezza è anche un’innata vecchiezza, condivide le passioni del padre, e cioè l’amore per un modo di cui Piersanti è ormai, in letteratura, il solo, tenace testimone. E pare così che in Jacopo abbia trovato un altro, inaspettato, fratello per le esperienze perse. “Vorrei che tu fossi / mio fratello”. Un altro uomo, più grande e forte di lui, che avanza in montagna, nel bosco, che si ferma, che non scende quando lo chiami, che va troppo veloce, che è difficile da gestire in casa.
Nonostante questo Jacopo è stato pur sempre un bambino la cui condizione non lo ha inibito mai, almeno agli occhi del padre e di sua madre Annie. Jacopo è andato al cinema, al parco, nella natura, nelle chiese vuote di dicembre (“tu non guardi, / non osservi, / io m’affatico”). Certo non senza fatica, certo non senza dolore. Certo non senza un sentimento di rifiuto per quella situazione difficile che col tempo non può che diventare più difficile. Il poeta, nell’età più adulta (per parafrasare un suo titolo, “nel folto dei sentieri”), che si fa piccolo, e il figlio, che cresce ed è duro, sempre più duro e grande e forte. In questo sbilanciamento in favore del figlio è la poesia. Umberto Piersanti e Interno Poesia decidono di pubblicare un libro prezioso, che tiene insieme quella che secondo alcuni è addirittura il meglio della poesia dello scrittore di Urbino. Che sia così io non so dirlo, poiché i poeti che si amano li si può amare in due modi: con severi distinguo tra i versi adorati e i versi minori o con assoluta aderenza alla loro poetica, con arbitraria ma rivendicata passione. Chi scrive ama la poesia di Piersanti nel secondo modo.